sabato 20 novembre 2010

Wozu hast du Lust?

Ich frage mich gleich darüber, warum ich keine Lust habe, auszugehen. Ich verlaufe meine Zeit vor dem Computerschirm, chatte und wichse... Was passiert zu mir? Ist das Wetter am Schuld? Wahrscheinlich will ich nicht verstehen, was oder warum ich mich so fühle. Das ist mir ganz unwichtig. Ich weine innerlich und das ist mir genug: das gefällt mir sehr gut. Jammern. Es macht mich stark fühlen, weil es heißt, daß ich die ganze Macht habe, mich zu entscheiden, was mir gut oder nicht ist, ohne daß ich das jemandem erklären soll. Ganz toll, super! Vielleicht.

venerdì 19 novembre 2010

Wie heißt du?

Nach zwei Monaten komme ich zurück. Warum hatte ich dies Blog verlassen? Warum hab ich so getan, wie mich zu verstecken? Ganz klar: weil eine Person las, was nicht sollte.  Als etwas so gescheht, was kann man tun? Fliehen oder fortsetzen? Sich verstecken oder alles normalerweise machen? Jeder soll sich entscheiden. Dazu schreibe ich gerade auch auf einem anderen Blog, wo ich nicht allein bin. Da soll ich nicht das ganze Gewicht tragen, von was ich schreiben mag. Man verteilt die Verantwortung, glaube ich. 
Diesen Raum doch vermisste ich. Das war etwas innerliches, ganz meines. Zu wem oder was könnte ich meine Entspannungen anvertrauen, wenn ich niemand finde, zu dem über mich reden? Und ich möchte auch nicht jemanden stören.
So werde ich versuchen, auf einer anderen, fremden Sprache zu schreiben. Wird es ziemlich sein, um wieder anzufangen?

giovedì 16 settembre 2010

corsivo adulto

Ieri sera ha avuto inizio la vita adulta; fino ad ora l'inizio era un forse, una possibilità, ma ieri... Ieri C. ha firmato, nel senso di consolidato, fermato la girandola delle esperienze a raccolta, concluso quel percorso di anni da stagiaire che introduce, in teoria, nel mondo dei posti fissi, fermi, firmati. Ovvero, C. si è sistemata, che poi vuol dire che è riuscita a penetrare nel sistema. Non è semplicemente entrata, l'ingresso prevede un passaggio consentito, la penetrazione è invece qualcosa di più complesso, ha a che fare con la dura lotta quotidiana per aprire brecce: lei ha scavato da più direzioni, ingoiato rospi, non sempre allucinogeni, fino a farcela. La gioia infinita - che non ho ancora avuto modo di dimostrarle - che accompagna la ricezione della notizia, come ha sempre accompagnato la condivisione dei cambiamenti nel nostro comune percorso di crescita, ha come contraccolpo l'infinita disperazione di chi ancora non ce la fa. Ma mi dice un'Airone, di non farmene una colpa, di non pensare che sia colpa mia, che un po' di sano culo è una variabile potente. 
È un po' come il primo che si sposa, il primo che firma un contratto serio, o il primo che esce di casa. Ora, considerato che già una si è sposata, e che ieri C. si è presa il posto per la prima che lavora davvero, rimane da coprire il posto di chi andrà a convivere o a vivere da solo seriamente, e altri primati. Ognuno ha le sue possibilità di diventare adulto agli occhi degli altri. 

lunedì 6 settembre 2010

Barcellona, tipo tre mesi dopo

La possibilità di restare, o di tornare, questo è il tema. Tutti volevamo rimanere, e poi quasi nessuno ci è riuscito, come se il tempo passato in quel luogo fosse destinato a rimanere una parentesi. Ce ne siamo andati con la coda fra le gambe, chi prima, chi dopo. Ora ci ritroviamo e parliamo di questo, che forse non sarebbe stato giusto rimanere, che la città è sempre lì, e ci possiamo tornare avanti, che saremmo rimasti solo sull'onda dell'entusiasmo, che ancora c'è il tempo di andare altrove, di esplorare altre possibilità, che sarebbe stato troppo impulsivo, che dobbiamo ricordarci che, checché ne dicano, siamo ancora giovani, siamo giovani, giovani che esistono. Nei discorsi pubblici i giovani non esistono più, o meglio esistono ma solo come categoria statistica e come capro espiatorio, come residuo. Non abbiamo diritti perché non entriamo nella vita degli altri, non abbiamo nemmeno il diritto di essere, di esserci. Siamo una macchia oleosa che si aggira per le vie della città, siamo passanti ignorati o perseguitati. Viviamo in un mondo dove la cultura dei giovani come risorsa è andata scomparendo di fronte alla cultura del siamovecchinonfaterumore. Ora i progetti riprendono una dimensione patria, italiana nel mio caso, voglio riprovarci qui. D'altra parte, essere giovane, vuol dire potersi tenere porte aperte, portare con orgoglio la croce di una vista a trecentosessantagradi. Barcellona è lì, Berlino anche, il Mondo non scompare, e un low cost ci porterà dove vorremo andare, quando lo sapremo. 

venerdì 20 agosto 2010

ma davvero?

A buon rendere. Questo è il leit motiv di una pellicola graziosa, vanziniana, ma che nonostante ciò offre alcuni spunti, forse grazie al contributo di Proietti, vecchio della comicità italiana, di quella che ancora diceva al re quando era nudo. Su tutto, il familismo amorale, quella peculiare tendenza italiana a fare tutto il possibile affinché il nucleo familiare sia sempre preservato nei suoi interessi presenti e futuri, ricorrendo a mezzi poco legittimi, ma socialmente assunti come validi nell’indifferenza alle regole, per raggiungere obiettivi legittimi. Una struttura dell’azione fondata su una retorica dell’onestà che nulla può di fronte alla difesa dell diritti alla realizzazione dei membri della famiglia. Anche il padre che si considera e forse è onesto lavoratore, di fronte alla minaccia di un mancato obiettivo del figlio, attiva quei canali informali e – diciamolo un volta per tutte – sleali di favori da amici in ricordo di vecchi tempie  vecchi favori – a buon rendere: un circolo clientelare che si autoalimenta, si rinnova nutrendosi perché trova nutrimento in un’impostazione mentale che lo supporta e lo assume a possibile modello d’azione. Il confine tra onesto e disonesto non ha più a che fare con precise categorie etiche, è qualcosa di istantaneo, puntuale. L’assunzione di un comportamento o dell’altro esula dall’eventuale base morale individuale, concerne esclusivamente il modo in cui si sceglie di arrivare al traguardo, il fine che giustificherà il mezzo. Machiavellico, almeno, se non mertoniano. (SecondoRobert K. Merton, sociologo funzionalista, le mete sono sociamente definite, e accettabili o meno da ciascuno, e i mezzi utilizzati per raggiungerle possono essere legittimi o illegittimi – per darvi l’osso del discorso.) Ci sono onesti che sono disonesti senza colpa, quella ce l’hanno i veri disonesti, che amano avere la pancia piena alla fine del pranzo al ristorante, senza badare a quanto salato possa essere il conto. Nella finzione sono questi i puniti, i primi passano guai, poveri diavoli, redimendosi alla fine passando dalla parte dell’onesto impegno  quotidiano nel recupero del buono che avevano sacrificato o mai coltivato, ma che di sicuro c’è sempre in ognuno di noi. Tutto sommato, una solita commedia dei buoni sentimenti, ossia una bieca commedia all’italiana, vanziniana, che nonostante i bei ritratti di italianità e quel pizzico di denuncia, si ritrova banalmente paternalista nel tentativo di insegnarci le buone maniere, che alla fine del film non possono che apparirci, comunque, irrimediabilmente perdute e irrecuperabili in una vita italiana che è tutto fuorché meravigliosa.

[La vita è una cosa meravigliosa (2010), di Carlo Vanzina]

una freccia in sfavore

Com'è che Robin Hood diventò un fuorilegge? Questo Robin Hood di Ridley Scott lo racconta. Finzione, documentario storico? Non ne ho idea, non mi importa: io l'ho visto per il cast, o meglio era tutto cominciato come modo di rifarsi gli occhi con Russell Crowe, poi ho scoperto che è la storia di un esercito di super orsetti al servizio di sua maestà, un re un po' indie. Niente di che, un film in costume guerriero, per cui Russell ha rispolverato l'espressione messianica del so-tutto-io che aveva il Gladiatore, e pure quel modo di fare un po' da supereroe in cotta di maglia di ferro, e non manca nemmeno il momento braveheart. La storia d'amore, oltre a suscitare diverse invidie, non è importante, e questo è un vanto. Si parla di guerra, di come si può vincere una guerra grazie all'ingegno di un uomo. D'altra parte impossibile non vincere se la figura del nemico re di Francia è quella di un uomo che pare rovinato dall'alcol e dalle droghe pesanti, che per tutto il film ha la faccia di chi ha passato una nottataccia a pomiciare col real tazzone, e quello che più vorrebbe non è certo impadronirsi della perfida Albione, a meno che non sia per quella magiche pillole per l'hangover che solo lì ce le hanno. Combatteremo un altro giorno, ora per favore dategli un'aspirina. Insomma, vedetelo se vi piace Russell Crowe, se volete vedere almeno una decina di musclebear rampanti, amate la paesaggistica di quei luoghi. O non avete di meglio da fare. 

mercoledì 28 luglio 2010

sociologia dell'ombrellone

Il copione è sempre quello, è uno script. Scendi in spiaggia, dopo 11 mesi di urbanità pura, la quale ti appartiene come ti appartengono le cose che ti caratterizzano, e ti rivolgono la stessa, notevole, affermazione barra esclamazione: Sei bianchissimo! Grazie, non lo avevo notato, o nemmeno immaginato. Un'affermazione che racchiude un giudizio sul valore dell'abbronzatura, e sul legame indissolubile fra vacanza e cambiamento della propria pigmentazione. Non sia mai che uno vada al mare e torni com'era prima. Non rientra nelle regole del saper vivere. Ovvero, se non ti abbronzi, sei uno sfigato. Se ti scotti al sole, oltre ad essere sfigato, sei pure tonto. Non c'è protezione, o intenzione dichiarata di proteggersi che tenga, tutti sanno cosa è meglio per te, bianco urbano che tu, la vita di qua, te la sogni. Tutto ciò mi ricorda un lieto esame di sociologia del turismo che ripercorreva la storia del mutamento del concetto di tempo libero, dal puro tempo del non-lavoro al tempo della vacanza. E mi ricordo che una volta avere la pelle abbronzata era qualcosa che ti faceva facilmente additare come villano, quello che si abbronza perché lavora i campi sotto il sole cocente. L'urbano si manteneva al riparo da siffatto oltraggio attraverso graziosi ombrellini di pizzo e le fronde degli alberi nei parchi cittadini. Poi il sole iniziò a fare bene, e il colore poté significare salute. In seguito l'abbronzatura divenne il marchio stagionale distintivo della borghesia che poteva permettersi di andare a prendere il sole un tot all'anno, in residenze estive in località di mare e, perché no?, di montagna. Cambiare aria un po' di tempo durante l'anno divenne un attributo di status. Del villano conserviamo pochi reperti, spesso conosciuti come tipi da spiaggia, ma questa è un'altra storia. Così, accanto al ma sei bianchissimo, troviamo spesso, al ritorno dal periodo di natazione, il ma sei andato in spiaggia? Non ti sei abbronzato per niente. Questo presuppone che tutti gli individui del mondo possano abbronzarsi solo stando spaparanzati alla luce del giorno. O che lo desiderino. Per non parlare, in mezzo al periodo, di richieste di informazioni del tipo: ma stai andando in spiaggia? Quasi a controllare che il modello di vacanza sia rispettato. Non è contemplato che qualcuno si rechi, nello specifico, in una località di mare, e se ne voglia, che ne so, stare a casa a leggere o a scrivere, o a non fare nient'altro che rilassarsi come meglio preferisce. No. La forza del modello di comportamento sovrasta le preferenze individuali. Sei qui e non vai nemmeno in spiaggia, ti incalzano. A questo punto facevi prima a non venire. O tutto o niente. Sei bianchissimo. E? 

giovedì 15 luglio 2010

I don't wanna be ignored, oh God!*

Perché la questione non è tanto la collocabilità a livello sentimentale, quanto la collocabilità nel suo complesso. 
Non solo non sono il tipo di nessuno, ma non sono nemmeno il curriculum giusto per qualcuno, tantomeno sto in un dove preciso che mi appartenga. Il mio numero di cellulare è ancora intestato al padre, e vivo nella casa di famiglia. I soldi non sono quelli che guadagno. Non sono che una coppia di coordinate immaginarie. Trovami, se ci riesci.


* Editors, Eat Raw Meat = Blood Drool, 'In This Light and On This Evening', 2009

martedì 13 luglio 2010

where are you Fromm?

Penso che l'alternativa non sia tra essere e avere, quanto tra essere e fare. Il primo riguarda uno stato, una condizione persistente, così come l'avere, il possesso. Il fare ha a che vedere con l'azione, con il mutamento di una condizione, di uno stato della materia di cui è fatta la vita quotidiana. L'errore fondamentale è però quello di sentire di dover scegliere fra i due poli. Ma posta nei nuovi termini, la contrapposizione non è più tale, e ci si può benissimo muovere fra lo stare e l'agire.

Penso che ciascuno debba conservare un'essenza, senza scendere a compromessi affinché il proprio essere si adatti alle esigenze degli altri. In un certo senso non bisogna fare nulla sull'essere, niente che sia violento ed eccessivamente traumatico. A costo di non essere mai il tipo di nessuno, o di non essere mai il tipo di quelli di cui dovresti poter essere il tipo. Questo, naturalmente, è autobiografico.

Penso che ci si ritrovi spesso nella condizione in cui si pensa di non essere, non avere, non fare mai abbastanza. O di esserlo o farlo male. Ci si chiede allora se stiamo facendo il possibile, il famigerato tutto il possibile, e spesso, valutate le proprie mosse, ci si risponde affermativamente, che stiamo agendo come dovremmo agire per non violentare il nostro essere, ossia per non farci danno, sebbene alla fine il danno si riveli essere proprio il non mutare la condizione nei modi che il fare presupponeva. 

L'autobiografia di un'estate, e siamo solo all'inizio. 

lunedì 12 luglio 2010

cronache nemmeno tanto marziane

Successe così, che la penultima sera a Barcelona, era due domeniche fa, congedammo l'amico messicano, che il giorno dopo si sarebbe riportato alle sue terre con mestizia. E che si era  fra i soliti amici, la nostra personale Barça, andando di guacamole e dolce di riso, e birra e sangria e via dicendo, le cose che si fanno così in questi momenti per dire. Ad un certo tempo apparvero, inaspettati, due amici colleghi compagni di qualcosa del congedantesi, belli tedeschi barcellonizzatisi, colpi di fulmine serviti su piatti di argento lucente. La conversazione con entrambi fu piacevole, nel tentativo di contenere il mio slancio carnale ed emotivo, e si finì in grosse risate e saluti, e insomma addio non ci rivedremo più, magari due risate sulla rete sociale. Come poi avvenne, che uno dei due accettò la mia richiesta di un contatto anche solo virtuale, e io ero contento secondo una logica del numero, al che lo salutai adducendo come argomentazione la storia dei filtri di corno di mammuth, che tanto ci aveva unito nella naturale disunione dei nostri rispettivi desideri quotidiani. Ora non è più mio amico. Mi chiedo se salutare non sia ormai diventato un affronto imperdonabile. 

sabato 10 luglio 2010

la proprietà commutativa della ricerca


C'è tutta una retorica del chi cerca, trova, che ispira ideali di tenacia, perseveranza, fedeltà a se stessi, e via dicendo. C'è poi tutta una retorica del lo trovi, quando meno lo cerchi, che appoggia ideali di pazienza, resistenza, fiducia e fede nell'avvenire e via dicendo di nuovo. 

Sono retoriche ad hoc che si applicano a differenti oggetti della ricerca, solitamente. La prima, la retorica della ricerca, si applica alla caccia al tesoro, premo per un atteggiamento di degna imposizione di se stessi al mondo; la seconda, retorica dell'attesa, si applica alla manna dal cielo come premio per una vita serena di placido scorrere del tempo.
Io ho l'impressione che chi cerca, non trova, e chi non cerca, non trova.  
Quindi? 

venerdì 2 luglio 2010

ricomporre gli abbracci

Fa caldo, ma ogni tanto una brezza di sconosciuta origine ristora l'animo accaldato. E scopro di essere tornato per le patatas bravas, per la Estrella e per gli abbracci. I pareri sono discordi: sembra ieri, sembra un secolo che te ne sei andato. Tutto dipende da cosa ha riempito il vuoto. Qualcosa che ora puó facilmente essere rimpiazzato da tapas nei posti dell'anima. Concordo con me stesso che è come se avessi fatto un mese di vacanza a Milano. Ora, sono di nuovo qui, e posso continuare la mia attivitá: vivere il tempo, crearlo e goderlo. La differenza fra qui e lì è che qui hai talmente tante opportunità per fare cose, che se scegli di non fare niente, è perché hai il potere di scegliere, mentre lì se non fai niente, è perché non c'è niente da fare. Qua, per dire, ci sono già i saldi. E abbracci che commuovono, di quelli stretti e caldi, in cui si mischiano occhi lucidi e sudore estivo, perché è così che deve essere, un abbraccio: sporco d'amore. Senza sconti, quelli li lasciamo ai miei nuovi pantaloni.

mercoledì 30 giugno 2010

postdatato

Eva passa per lo stretto corridoio, nel caso qualcuno dei passeggeri voglia qualcosa di caldo da bere. Io ho la testa appoggiata al finestrino, i due posti al mio fianco giacciono vuoti, uno ospita la rivista di bordo e il quaderno su cui ho smesso di scrivere: la penna sembrava esplodere, forse colpa dell'alta quota? Fatto sta che sanguinava inchiostro. Sanguinava sul nome di Xavier, che si è seduto in fondo, e non mi ha seguito fino al centro dell'aereo. Non avrà voluto le ali, gli sarà bastata la coda. Ancora mi è pressoché oscuro il sistema che ciascuno attiva nella scelta del posto libero. Xavier. È stato un attimo fa, ho incrociato la sua immagine nella coda dell'attesa, la sua immagine che si è imposta alla mia fame sotto forma di jeans vecchi, sformati, una candida maglietta della salute, un cornice di capelli corvini che racchiudevano lineamenti morbidi e incolti intorno ad occhi verdi. Ho cercato il suo sguardo in continuazione, sapendo di non poterlo reggere. Ho sbirciato la sua carta d'imbarco: io ho bisogno dei nomi, di dare un nome alle cose e alle persone. Esistono indipendentemente da quello, ma acquistano una corporeità diversa con un'etichetta. Il contatto visivo ha un che di rivelatorio, e mi aveva rivelato il disinteresse, l'indifferenza, la passione ad una direzione, mi aveva rivelato che il colore dell'indifferenza viene dal verde e dal nocciola. Ma più mi avvicino a Barcelona, meno penso a Xavier, gli auguro silenziosamente una buona vita, e vivo il sentimento del rimpatrio, sorprendendomi della difficoltà di definire cosa sia il ritorno. Penso a tutte le volte che mi sono diretto fuori, e ricordo come ogni volta mi sentissi di tornare a casa. Non so perchè si applauda alla fine del volo, ma l'ironia low cost ha organizzato trombette per assecondare il modo italico di ringraziare il capo tribù per aver gestito così bene l'esperienza liminale del cambio di status. Poco ancora, e sarò di nuovo nella città dei prodigi, l'autobus è partito. Xavier è scomparso.

lunedì 28 giugno 2010

La mia generazione senza vento

Siamo una generazione? Una generazione si definisce in base alla visione del mondo che la accomuna, indipendentemente che i soggetti la condividano o la contrastino. La generazione non è solo un elemento genealogicamente fondato, ha a che fare con i cambiamenti che l'individuo vive durante la sua crescita, con le tappe della storia del mondo attraverso cui passa, che le viva in prima persona o che solo sia sfiorato dai suoi effetti. Appartengono a generazioni differenti quelli che hanno una certa età in un certo momento storico, perché le opportunità di vita e pensiero che si possono cogliere, coltivare, seguire, sono diversamente distribuite lungo il cammino della collettività. In altre parole, ogni generazione si muove sullo sfondo di un sistema complesso di valori dominanti, opportunità di scelta individuale e collettiva – in un certo senso, politica – e ancora opzioni morali, atteggiamenti verso la realtà e pensieri su come la stessa funzioni, interpretazioni che si formano tramite la visione della vicenda collettiva e l'intersecarsi inevitabile di questa con la vicenda individuale; il tutto sistema collocato nello spazio e nel tempo. La generazione è come una comunità debole di pensiero, una mentalità che l'individuo assorbe e che reitera, riproduce nel resto della propria esistenza, utilizzandola come filtro.
Che generazione siamo noi, quelli che sono nati in Italia dopo il piombo e prima del crollo del muro di Berlino, nella prima metà dei rampanti Ottanta? Che mentalità generazionale abbiamo, conserviamo, e quasi senza saperlo utilizziamo quotidianamente nella ricerca dei modi di raggiungimento dei nostri obiettivi?
Partiamo dagli esempi. Siamo quelli per cui la tecnologia è ancora una conquista, per noi è importante il contenuto che creiamo attraverso il mezzo tecnologico, mezzo che vogliamo saper controllare, il cui utilizzo ci deve essere chiaro: siamo nati prima che il mondo si interconnettesse rendendo accessibile a tutti il mercato dell'informazione. Per noi il cellulare è qualcosa che abbiamo dovuto apprendere, così come internet: nulla ci era dato per garantito, era nostro dovere prendere coscienza della portata di una trasformazione tecnologica, della modalità opportuna di utilizzarlo. Quella che potrei chiamare la generazione del muro aveva la caratteristica di non essere collocata, nella fase di crescita e passaggio alla tarda infanzia (secondo Mannheim il momento più significativo nella formazione di una mentalità generazionale), in una società del benessere diffuso, bensì in un sistema in cui l'accesso al benessere dipendeva dall'azione individuale in concerto con le circostanze politiche e sociali dell'intorno. Tutto era ancora una conquista. Siamo anche la generazione Chernobyl, i bambini che da piccoli non potevano bere il latte con tutta tranquillità, e questo – in qualche maniera – contribuì a creare un certo sentimento di responsabilità individuale e collettiva nei confronti del destino del mondo. Per lo stesso motivo, ci venne detto, e seguimmo la direttiva, che era importante studiare (una costante nella storia dell'educazione familiare italiana), e studiavamo perché pensavamo che questo ci avrebbe dato accesso alle opportunità del futuro. Durante gli anni Novanta eravamo nelle nostre scuole superiori e ricevevamo un'educazione pressoché completa, i programmi erano densi e, chi più chi meno, ci davano la confidenza necessaria ad affrontare il nuovo Anno Mille della Civiltà. Il sistema educativo ci invogliava a seguire il cammino dello studente anche al livello universitario, ancora genitori e professori erano alleati nello spronarci, in senso quasi hegeliano, a buttarci nella società civile extra moenia. Tirando delle somme parziali, si formava la nostramentalità generazionale e i primi capisaldi erano: che le cose bisogna conquistarle e sapere come funzionano; che ci sono azioni i cui effetti travalicano i confini del piccolo mondo individuale e che per gestire tutto questo è necessario essere preparati, da grandi.
Studiammo, ci preparammo, ci credemmo, ma poi qualcosa è cambiato, ora siamo una generazione che non ha le opportunità su cui pensava di contare, una generazione il cui valore e la cui formazione – gli anni dedicati a conquistare una propria identità culturale e intellettuale – sono quotidianamente misconosciuti o addirittura disconosciuti. Ci viene detto che siamo troppo preparati, troppo formati, per ambire a delle semplici occupazioni. Ci viene detto che, per tutelare la nostra grande formazione, non possono impiegarci in un'attività. Ci viene rinfacciato il fatto che pretendiamo. La nostra mentalità generazionale viene utilizzata contro di noi, come se fossimo colpevoli di aver seguito le aspirazioni che coltivammo nei campi della Storia, nei solchi che l'aratro delle nostre storie individuali avevano creato. Dovevamo essere la generazione che avrebbe soppiantato ilrampantismo eighties degli eterni Peter Pan usciti da un'infanzia segnata dal piombo e dalla strage delle idee dei Settanta. Potevamo essere coloro che avrebbero accolto la generazione del benessere, quelli che avrebbero vissuto il mondo dopo la fine dei muri, e che poi si sono beccati la società globale della paura, con i suoi 11 settembre e tutto il conseguente. Invece gli ex-rampanti ce li ritroviamo di fronte a non-selezionarci per un lavoro, e lagenerazione 11 settembre mette video su Youtube e, volenti o nolenti, si stanno crescendo da soli.
Non siamo collocabili, nello spazio. Quindi esistiamo solo come tempo, e come tempo passiamo.  
Grazie.
Gianmarco

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nihil dulce est facere

Sono appena le 9 ed è chiaro come il sole: chi non ha niente da fare, dovrebbe dormire il più possibile. Le giornate sono troppo luminose, e la luce si insinua nei vuoti. Gli altri, che hanno le loro attività, i loro lavori, si sentono in diritto di chiederti qualsiasi tipo di prestazione informale con un preavviso di qualche ora, del tipo vai a scendermi il cane, ché tanto non hai nient'altro da fare e si può dare per scontato che lo farai. Non c'è obbligo, solo un'aspettativa difficile da contraddire o da disattendere. Svegliarsi presto, e poi che fare? Colazione, in qualche modo ti sei alzato dal letto e già ti sei scontrato con il calore metropolitano che si fa spazio dai muri, dall'esterno all'interno, quindi valuti come ottimale la scelta di rimanere sveglio. Bisogna solo trovare qualcosa da fare, qualcosa da fare, qualcosa da fare. L'ozio è bello solo quando puoi sceglierlo come opzione, non quando ti si impone. D'altra parte, è pure un po' estate. 

venerdì 25 giugno 2010

slow h

L'Italia è uscita dal mondiale, gli allenamenti presso la parrocchia Santi Cazzi non hanno sortito l'effetto previsto. Probabilmente la strategia "Buttala fuori! Buttala fuori!" non è più vincente, se mai lo è stata dopo l'adolescenza da ora di ginnastica - lì, almeno, si faceva per perdere tempo e affaticarsi il meno possibile. Quindi l'Italia è uscita dal mondiale, è fuori dal mondo - sai che novità. D'altra parte non biasimo nessuno, nessuno ce li voleva a questo mondiale, a questo mondo, ora che ci riavviciniamo ai Comuni e alle Signorie. Ho già visto rimontare il vecchio palo dell'inquisizione in quella che diverrà Piazza Torquemada, che ora che so lo spagnolo, so che può benissimo essere reso con "torre bruciata". Ah, la storia è ironia. Quindi la Slovacchia avrà tracotato nell'aver spulciato dalla qualificazione gli ultimi campioni di calcetto sulle grandi distanze. Certo quegli orientali sono così giovani, così veloci, così freschi e sembrano tutti più o meno attori porno gay, quei ragazzetti dal pube depilato che due sguardi e si amano - fra di loro, nella sceneggiatura. Chissà dopo, nello spogliatoio. Avranno, comunque, festeggiato. Quello che spero, allora, è che sia un mondiale delle squadre che non ti aspetteresti al mondiale. Così, per essere un po' snob. Ma mai tiferò la Isvizzera, soprattutto dopo aver sentito che un deputato elvetico vuole annettere Como. Tse, ma il fatto di essere nel 2010 non significa niente per molti, vero? 

giovedì 24 giugno 2010

social post office

La porta automatica si apriva solo dall’interno. A metà mattina la coda fuori dall’ufficio postale, campione rappresentativo dell’anzianità dell’utenza, aspettava ancora che le luci si accendessero. Riunione sindacale, diceva un avviso affisso al vetro. «Ora aprono fra qualche minuto», lo rassicurò un uomo prossimo al trapasso, come se pensasse che non sapesse leggere quelle elementari informazioni orarie. A poco a poco entravano gli addetti allo smistamento, ingressi privilegiati dalla complicità di colleghi sopiti all’interno. Tre cavalieri intanto si disposero ai posti di combattimento, come in una trincea, le luci ancora basse, valutando la clientela che aldilà della barriera trasparente si preparava alla lotta, bollettini buste paghe documenti moduli portafogli o soldi contati, tutto in mano. Scoccarono le undici e le luci si accesero, la porta si aprì per tutti e la macchina dei turni fu di nuovo vittima delle dita avide di servizio. Ad ogni pressione, vacillava sul proprio asse, come se il suo destino fosse quello di subire colpi e contraccolpi per l’eternità: uno scomodo destino, non c’era che dire. La coda non avanzava, presa tra una insolita timidezza o un inopportuno timore reverenziale – come quando sei il primo a partire quando scatta il verde – e un tentativo di movimentazione dell’atmosfera. «Lasci passare la signora in carrozzella» disse una mano agganciando il braccio di un compagno di lotta.«Certo, ma con calma» rispose serenamente il troppo presto condannato di inciviltà, nella speranza che tutto terminasse nel minor tempo possibile. Ma ci sono persone che non colgono i toni o che capiscono solo quello che vogliono capire. L’imprenditore morale, forte del rispetto che l’Universo gli stava sicuramente accordando, intraprese una reazione che parve esagerata ai più, difendendo la bontà del proprio atto, ma la discussione venne soffocata dal sopraggiungere dei numerini. Tutto era tornato alla normalità, sfiorata la tragedia. Lo rivelava la signora che ripeteva «Eh, ma come sono lenti, eh, ma come sono lenti, eh, ma come sono lenti, eh, ma come s…»

martedì 22 giugno 2010

il teorema del fesso

Non ci sono solo il dito e la luna. Tra il dito e la luna ci sono 384400 km, non esattamente bazzecole. Insomma, tra il dito e la luna io non scelgo né il dito, né la luna - scelgo lo spazio di possibilità che si situa fra i due eventi, l'evento dito e l'evento luna. Dato che non mi è concessa la possibilità di guardare entrambi, non ne guardo nessuno. Anche se comunque preferirei il dito, ché non sai mai che persona ci puoi trovare attaccata. 

lunedì 21 giugno 2010

there's more here to be seen*

Ci sono sempre dei luoghi dell'anima, luoghi muti luoghi fermi dove annusi lo spazio eterno, sono quei luoghi pieni di ricordi sereni (sarebbe troppo dire felici), luoghi in cui torni e, qualsiasi cosa tu vi faccia, in qualunque modo tu trascorra il tempo che li attraversa, stai bene solo per il fatto di essere lì. Being there, esserci, come il giardiniere in Oltre il giardino, come se non avessi vissuto mai al di fuori di quei confini. Parti con degli amici, e vai a rinchiuderti in un perimetro fatto di condivisione, dello spazio, del tempo, dell'azione. Fuori non ha importanza se una pioggia torrenziale toglie senso all'accessorio estivo che ti sei portato dalla grande città, sei lì, questo importa. Non importa se alla fine hai solo abbozzato il Private Telefilm Festival che avevi in mente, programmato mentalmente. Qualcosa c'è comunque stato, un tempo che nessun altro ha vissuto, e che solo conoscete tu e coloro che con te lo hanno creato. Un tempo creato

*Editors, An End Has A Start

giovedì 17 giugno 2010

scintillami sto cammello

È stato più un rituale simbolico di riconferma del legame comunitario, che una vera e propria volontà di agire in questo modo, però il risultato è che ho visto Sex and the City 2
Recensione in sintesi: no no no. Un po' più discorsivo: a me stavano più simpatiche quando scintillavano meno. Nemmeno a parlare della serie, in cui quattro ragazze in fondo rispettabilmente sfigate, seppure intrallazzate con l'upper class world newyorkese, se la vedevano con la sopravvivenza nella giungla metropolitana, chi single, chi con una vocazione familiare o lavorativa, chi un po' zoccola ma simpatica. Poi è arrivato il film in cui, va bene, una di loro, ovvero la donna che rappresentava la singleness di fondo, cambia status e si sposa. Ci sta, ha a che fare con la vita, lei evolve e via dicendo tutte le altre, la carriera, la famiglia e insomma sono tutte un po' meno sfigate, ma ancora ci stanno simpatiche, conservano un nonsoché da donna della strada. Ora tutto incomincia con un matrimonio, quello dell'amico gay di lei con l'amico gay dell'altra: una pacchianata colossale, con tanto di Liza Minnelli che si improvvisa Beyoncé in una skatch che di friendly non ha nulla, nemmeno il glitter - che tra l'altro invade ogni cosa dall'inizio alla fine. Passa il matrimonio, che logicamente mette tutte le relazioni un po' sotto i riflettori, vuoi per il confronto o vuoi perché queste signorine un po' si annoiano a essere tanto glam senza poter essere più quelle divertenti incapaci della vita come le avevamo conosciute. E niente, Charlotte è in crisi perché - oibò - due figlie e - ma dai? - che difficile essere madre. La Samantha è stata resa una volgare donnona in menopausa, che chissà perché basta che guarda uno, e guarda caso è uno stragnocco, e cinque minuti dopo se lo sta bombando con massimo gaudio. E via così per tutto il film, con i soliti bellissimi corpi (e nient'altro), riprese di culi e addominali che ci puoi friggere un uovo e fai una cialda, e robe così tutte per lei la bionda. Logicamente la fa da padrona la scrittrice che va in paranoja per ogni piccola cosa fuori posto nella sua idea di come debba essere stare sposata con (il maledetto da me sempre odiato) Mr Big: e se lui ordina la cena a domicilio, che vecchia coppietta sposata, e se lui guarda la tv sul divano, che vecchia coppietta sposata, e non usciamo mai, e via dicendo fino a Ci serve lo scintillio. Al che lui gli risponderebbe volentieri: scintillami sto... E io sono d'accordo. Poi vanno ad Abu Dabi, e sono inopportune come può esserlo il glitter everywhere. Io non riesco a trovare nessun significato recondito, nessuna analisi, nessun messaggio nella storia di quattro donnine della classe medio alta che sembrano vuote come un armadio ikea da montare, e che se non parlano di fashion parlano di cazzi o di crisi con i rispettivi mariti e o compagni. E basta. Accozzaglie scintillanti su questi canali.

lunedì 14 giugno 2010

nazionalismo

Questa sera esordio della nazionale. Il termine nazionale è qualcosa di importante. Come dice lo spot dei mondiali in Spagna, un mondiale non lo vincono in undici, lo vincono [inserire ammontare della popolazione di riferimento], perché più che una squadra, siamo una nazione e bla bla bla. Efficace - ma io non ho nemmeno una bandierina italiana, l'unico tricolore è una fascetta che fa da cordino per una medaglia, un bronzo?, conquistato al torneo di pallavolo liceale nel novantanove. Comunque ci accingiamo a riunirci di fronte allo schermo indossando qualcosa di azzurro o abbinamenti da bandiera. Io opto per la prima opzione, mi dona di più l'azzurro che il verde o il bianco, per non parlare del rosso. D'altra parte è solo un'altra occasione di ritrovarsi. Berremo birra italiana e mangeremo pizza. Saremo italiani, per qualche giorno. Per qualche ora. Benedetto il mondiale. 

venerdì 11 giugno 2010

e vabbé

Non so perché, ma se mi si dice iniziano i mondiali mi sembra qualcosa di abbastanza figo, ma se sento che inizia il campionato del mondo, mi figuro un duello a quidditch o qualcosa di medievale e assolutamente inopportuno. E vabbé. Waka waka.

mercoledì 9 giugno 2010

la cenere che resta ad ogni passo


Non sono collocabile. Ho un curriculum che non ha alcun interesse. Mi chiedo come sia possibile, dopo tutti gli invii, i contatti, le ricerche, che qualcuno non abbia visto il mio listino e abbia anche solo pensato: «Toh, ma sai che ci serve proprio uno che abbia studiato questo, e che abbia fatto questo?». Così mi ritrovo a pensare di tornare al duemileddue, all'uscita dall'orale di maturità, e decidere altro, un altro cammino, qualcosa che col tempo non si rivelasse la via più difficile, qualcosa che segua i gusti e le sovrastrutture di questo mondo di ingegneri che fanno i sociologi dell'ambiente, di avvocati che fanno i sociologi della devianza, di medici che fanno i sociologi della salute, di economisti che fanno i sociologi del lavoro e via dicendo. Che poi, non c'è reciprocità: il sociologo non può fare l'ingegnere o l'architetto, il medico o l'avvocato. Viene da dire: mi rubano il lavoro. Vorrei lavorare in qualcosa che abbia a che fare con quello per cui mi sono martirizzato su righe e righe di pagine e pagine in libri su libri. Non voglio che qualcuno mi dia l'elemosina di un lavoro da commesso - non ho forse il diritto di pretendere? Credo di sì. Ma ho scelto, quell'anno lontano, di essere un professionista la cui professionalità non è riconosciuta, a meno che sia anche un po' conosciuta. O meglio, è riconosciuta solo se si mantiene all'interno di un rispettoso ambito universitario, ossia se regala altri anni della propria giovane vita ad un ciclo di dottorato, tanto per dire. Ma la libertà è anche quella di scegliere di non darsi più allo studio. Ho una laurea specialistica, un master, delle esperienze (formative, quasi lavorative), tutte cose che possono essere valutate. Come mi dovrei comportare di fronte ad un selezionatore di lavoro di agenzia di somministrazione che mi chiede se, nel caso, sarei disponibile per lavoretti saltuari in qualche negozio come addetto alle vendite? Perché sai, attualmente non ci sono offerte. In che campi vorresti lavorare? La progettazione, l'organizzazione, la valutazione, cose che fanno i sociologi. Mi viene detto di provare a contattare le ONLUS, sai mai. Che l'unica cosa è stare tutto il giorno a cercare offerte, contattare, mandare curricula. Grazie. Il lavoro di cercare lavoro vale come stage nell'ambito risorse umane? In quel caso, saremmo una generazione con molta esperienza. I cinque minuti più inutili della mia vita. 

domenica 6 giugno 2010

recensioni 2.0 - esplodere soavemente


Avevo sentito, non so dove, il pezzo Sea Change. Quello che pensai fu: sono ritornati, sono loro, inconfondibili ma non per questo stantii, sono i Turin Brakes, che tornano con Outbursts in questo 2010 che mi vede cacciatore di novità. La sonorità è quella che li ha fatti conoscere, un continuo dondolarsi tra quello che all'inizio del millennio si sarebbe chiamato  new acoustic movement, lo staccare la spina dall'amplificatore e tornare a giri di chitarra e voce, permettendo alla musica di fare il suo lavoro originario: emozionare, banalmente; e la classicità delle corde, omaggi continui a Bob Dylan e Jeff Buckley tanto per dire. Eppure il viaggio procede senza brakes, senza freni, tra esplosioni (outbursts) dolci di suoni e parole, che accompagnano l'ascolto di pezzo in pezzo. Non credevo che li avrei risentiti, eppure, eccoli qui, e dirci che if we don't do it, everybody else will - ricordandomi un più antico everybody else is doing it, so why can't we?


Turin Brakes, Outbursts (2010)

venerdì 4 giugno 2010

niente conta, in fondo - e crolla*

Questo è duro. Ieri cercavo possibilità di impiego, arrivando anche alla categoria concorso pubblico, che sai mai. Bene, cercavano qualcosa come tot esperti di analisi dei sistemi territoriali con conoscenza di sociologia ambientale e del territorio. È quello che ho fatto, mi dico, dai che ci siamo, dovessi pure trasferirmi in Sardegna. Leggo il bando, forte del mio titolo di sociologo della trentina Società Territorio Ambiente. Titoli richiesti: ingegneria, urbanistica, architettura. Punto. Questa non è crisi, è ottusità - pensare che territorio uguale architetto, ingegnere, urbanista, e nient'altro. Soprattutto pensare che per fare delle analisi sociali del territorio non serva qualcuno che ci ha studiato o lavorato apposta per farle. La vera rivoluzione sarà quando cercheranno sociologi per costruire ponti e grattacieli? Io avverto che noi sociologi non sappiamo come si fanno, ponti e grattacieli. 

* Verdena, Luna

martedì 1 giugno 2010

il tempo ritornato

Il tema del ritorno ha a che fare con il tema del tempo, con la questione del senso del tempo per ciascuno. Io sono tornato domenica, e mi sembra di non esserci. O meglio, di non essere ritornato, come se tre mesi in un altrove non siano nemmeno successi. Eppure il tempo dovrebbe succedere. Non sono successi. Ero qui la mattina del 28 febbraio e poi sono uscito di casa e sono rientrato che era il pomeriggio del 30 maggio. Tutto qui. Mi sento davvero come un naufrago di Lost, ho come dei flashback di una vita da un'altra parte, la mia linea temporale è complessa, non riesco a mettere in ordine gli spezzoni. Non so se, oltre a viaggiare nello spazio, ho anche viaggiato nel tempo - in ogni caso, non saprei in che direzione. A Barcellona si fumava ancora nei locali, e da poco si discute di una possibile legge perché si smetta - quindi ero indietro rispetto al tempo di Milano. A Barcellona ci sono i trasporti pubblici notturni, che qui mancano o forse ero solo in un avanti rispetto all'esperienza italiana? 
Il tempo lo fa l'abitudine, quindi credo che un modo per non tornare possa essere: non perdere le abitudini che hai costruito altrove. Quelle buone, mantienile: oggi sono andato a piedi a fare la spesa quotidiana; quelle cattive, riproducile: mangiare in continuazione, pica pica. Non so a cosa sono tornato, ma so che non voglio tornare a Milano, non voglio essere qui come se fosse quel giorno di febbraio in cui ho aperto la porta con una valigia. Quanto ci vuole per ricordarsi di quell'altra vita, affinché influenzi questa? 

domenica 30 maggio 2010

ultimo flamenco a Barcelona

Quedan unos cuartos de horas antes que me vaya, que salga de aqui. Decido escribir el último post en español para que se quede un poco la atmosfera que ha estado acompañandome tres meses. Lo que ha pasado, me lo he pasado bien. La maleta pesa 29,7 kilos, està al punto. Creo que pesaba tan como cuando llegué. No es una despedida de verdad, Barcelona es una ciudad a que se vuelve, nunca se abandona - aunque haya desarrollado una álergia a su aire. Vaya primavera! Esto no es el fin de algo, sino el inicio y ha sido un buen inicio. Comienza otra parte de vida, quien vuelva nunca vuelve, sólo llega mudado. Lo malo del viaje es que el avión no da tiempo para digerir - en una hora y pico ya llegas, te bajas de el y ahí estás, con tu vida interrumpida que empieza otra vez. Viajase en tren, tendría lo necesario para entender lo que pasa. El aire va rapido, la tierra detiene. Arrastrar o volar? 
Así que el tiempo es aire, y el espacio es tierra. Cada uno es un pedazo de tiempo explotado. Nunca se sabe donde vas a ubicarte, tio. Un viaje que te cagas. Hostia. De puta madre. Seguiendo así, sigo andando. Hasta pronto.

giovedì 27 maggio 2010

però senza ali

Il tempo va accartocciandosi intorno al giorno del rientro. Fatte mie le riflessione di arikita sul ritorno e sul suo significato, comincio a pensare a come rimetterò in valigia questi tre mesi. Sono volati, e io mi sono mosso dall'isola della confusione solo circumnavigandola momentaneamente e già ne rivedo il profilo e l'approdo. Spesse volte non cerchiamo un approdo, e ci appare, un po' come qui, nel barrio di Grácia, la Plaça del Sol - non la trovi mai, è lei che si fa trovare. Se vuole, riconosciuti i tuoi sforzi, decide di smettere di muoversi come l'isola di Lost e si fa intravedere tra le viuzze. Giusto ora curo una torta salata per la cena di addio, cucinata con J., l'amica portoghese conosciuta in questi mesi. Una cena di addio tre giorni prima di partire. Domani mi aspetta l'inizio della valigia, sabato sarò fuori tutto il giorno, il tempo va volando, come si dice qui. Che rende meglio dell'italiano "il tempo vola". Ci sono momenti in cui non vuoi ali. 

venerdì 21 maggio 2010

recensioni 2.0 - principio di indeterminazione dell'onda


Loro si chiamano Yeasayer, quelli che dicono sì. Sì all'elettronica nella musica, sì alla mescolanza dei generi. Sì allo sfuggire alle etichette inventandosene delle proprie. Un ascolto piacevole, questo Odd Blood, secondo lavoro del gruppo newyorkese. Wikipedia li presenta come experimental rock band, e non c'è nient'altro da dire, in realtà. Le dieci tracce hanno la potenza della luce e la delicatezza dell'elettrone, invisibile particella-onda, a seconda di come la si guardi. In questo caso, di come la si ascolti. L'onda elettronica degli Yeasayer si propaga per la stanza senza intontirvi con bit demenziali, bensì creando un'atmosfera che ricorda il synth pop dei Friendly Fires (novelli Talking Heads), ma solo come rimembranza occasionale, o i ritmi più forzati (in senso buono) dei Bloc Party di Silent Arm, senza perdersi nel bicchiere d'acqua della stupidità elettrica. A loro piace cantare, e farlo sentire, che si divertono e ci divertono senza scherno. Probabilmente si tratta di un'onda che ci sta travolgendo: consiglio di attenderla ammirandola dallo scoglio più vicino. 


Yeasayer - "Odd Blood" (2010)

giovedì 20 maggio 2010

datti un obiettivo, trovami un aggettivo*

Quando si arriva ad un punto in cui si senta che è necessario, per la salute mentale, incontrare un qualche corpo solido, una qualche concreta agglomerazione di cellule, quello è il punto del non ritorno. Quando questo avviene a pochi giorni dal ritorno a casa, tutto assume il gusto del fallimento. Quando qualcuno ti consiglia pratiche poco ortodosse o che non approvi o alle quali non sei minimamente abituato per conseguire lo scopo, tutto assume l'aria della burla universale. Diviene allora chiaro che l'unico modo di uscirne è il cioccolato, in diverse forme, e bibite di dubbio gusto folklorico come il tinto de verano. Al gusto limone, per favore. 

*Estopa, Vino Tinto

giovedì 13 maggio 2010

abominio

Se dovessi incominciare a scrivere la mia memoria urbana di Barcellona, inizierei dicendo che qui c'è una piazza che si chiama Piazza delle Glorie Catalane.

Come se a Milano ci fosse una Piazza delle Glorie Lombarde o delle Glorie Padane.

Abominevole.

martedì 11 maggio 2010

recensioni 2.0 - le campane rotte

Tutti sappiamo che le campane, quando sono rotte, non suonano bene. Eppure, questi Broken Bells, duo di artisti formato da un produttore e un cantante, aldilà dell'appellativo che si sono scelti, sanno suonare. O meglio, niente di speciale, si tratta di atmosfera. Ascoltando l'intero album di botto, senza interruzioni, magari facendo sfumare i brani uno dietro l'altro, si ha la sensazione come di uno scampanellio continuo, conciliante, che percorre il corpo e lo riporta ad uno stato di quiete. Questa è la sensazione di fondo, accompagnata da stridenti elettroniche saggiamente studiate. Come se le campane rotte fossero in grado di riconciliarci con ciò che c'è intorno a noi, senza negarne le stridenti contraddizioni. Una piacevole scoperta.

Broken Bells - "Broken Bells" (2010)


lunedì 10 maggio 2010

non proprio lineare

Se R è la relazione, i l'identità, s lo scambio (reciprocità) e f la fiducia, una relazione è

R = f (i, r, f) = f(i) g(r) h(f)

Non è facile stabilire le relazioni interne a questa funzione. Però possiamo pensare che ciascuna variabile sia, per l'appunto, una variabile, così che

se l'identità è un processo, che parte da un nucleo costante k che interagisce con l'esterno (i - k), ma non in maniera lineare, quindi abbiamo che

i = k (i - k)^n

la fiducia è un'aspettativa di reciprocità, per questo è definibile in termini di probabilità, quindi

f = p (s), da cui s = p (1 - f)

manca da definire la reciprocità, che ha a che fare con lo scambio, e quindi con lo stock di identità e fiducia che ciascuno è disposto a dare,

s = (i)(f) = [k(i-k)^n] [p(1-f)] = p (1-f) k (i - k)^n

Da cui

R = k . f(1-k)^n . k . g[p(1-f)(i-k)^n] . k . h[p(1-f)(i-k)^n]

ma f(1-k)^n è una costante, quindi

R = K . t[p(1-f)]

e essendo p(1-f) la reciprocità, è chiaro come la relazione R si basi su questo principio, e come questo dipenda dalla fiducia (aspettative) e dall'identità dei protagonisti.

Aldilà degli errori che, matematici o meno, dobbiamo commettere.

domenica 9 maggio 2010

il porno come prospettiva

Questa domenica di oggi mi sono guardato un film di cui molti hanno parlato: Shortbus, del 2006, scritto e diretto da John Cameron Mitchell. Molti penseranno si tratti di un porno soft. Di porno c'è qualcosa, secondo la definizione accademica di porno, ovvero nel caso in cui si veda tutto quello che c'è da vedere di un amplesso. Ma il porno in questo caso è solo un punto di vista, una prospettiva. Di cosa parla questo film, aldilà della trama? Parla di qualcosa che incontro tutti i giorni: l'incapacità di sentire. Che tu sia depresso, che tu sia anorgasmico, che tu sia un voyeur, che tu sia qualunque tipo di persona creda di essere, il tuo problema è questo: non sento niente. Chi ormai si lascia andare? Chi permette che l'altro entri nella sua pelle completamente, fino in fondo? Chi riesce a lasciarsi amare totalmente, senza provare terrore all'idea di ricambiare, di perdersi nell'altro? Le nostre individuali ricerche dell'amore e del piacere continuano, ma siamo solo divoratori di esperienze che giocano con la vita: siamo terapisti di coppia e quando facciamo l'amore con il nostro compagno non proviamo niente; siamo ex accompagnatori la cui capacità di interpretare l'amore fisico rimane per sempre corrotta; siamo giovani che giocano a fare il dominatore quando quello che vorremmo è solo essere dominati. Il problema è che non riusciamo a sentire niente. Qualcosa ci blocca. Ma cosa? Le risposte sono possibili e tante.

sabato 8 maggio 2010

i buchi neri - e tu, chi sei?


Ripercorro la rubrica del mio cellulare, senza sapere bene perché. Alcuno nomi, alcuni nickname si notano perché sono tra parentesi. Io non amo cancellare, sono un collezionista; al massimo archivio, pongo in un angolo della memoria, sia la mia o quella del telefonino. Ripercorro i nomi tra parentesi: sono i nomi delle persone con cui ho intrattenuto incontri di necessità, più o meno occasionali. Non cancello, perché non sono di quelli che se li richiami o gli mandi un messaggio, ti rispondo con il classico E tu, chi sei? anche solo dopo due, tre giorni. E hai voglia a dirglielo, parte la pantomima della giustificazione, in un caso, e nell'altro - non so quale sia il migliore dei casi o il peggiore - direttamente un vaffanculo. In entrambi i casi, già sai che non tornerai a vedere il titolare di quel numero. Allora, se sei uno come me, che non cancella, ti ritrovi che magari per noia spulci la rubrica del telefonino, o magari stai cercando un numero, insomma ti ritrovi quelle parentesi. Ti incuriosisci e cominci a ricordare. Il primo che appare è un ragazzo che aveva appena finito di comprare casa, in un comune dell'hinterland, vi siete visti un giorno di pioggia, di diluvio, era domenica, probabilmente autunno. Avete appagato le vostre esigenze sul divano nuovo di pelle, la casa intorno ancora sapeva di intonaco, e l'asse del water si proteggeva nel suo cellophane. Poi c'è il nome di uno che avresti dovuto incontrare a Firenze, ma che non ha mai risposto ai tuoi messaggi quando stavi nella città, e si faceva vivo settimane dopo portando scuse su scuse. Un ignoto. Questo sì che è cancellabile: non ho vissuto nulla. Quello dopo, nemmeno lo ho vissuto, solo ci siamo sentiti via messaggio, ma non siamo mai riusciti a incontrarci, e sono passati mesi e mesi. Cancellabile. Poi arriva, e non ti ricordavi, il numero di un tuo ex, con cui hai ricominciato a sentirti, in gradevole e indifferente socialnetworkship, ma ancora ti ricordi il suo compleanno, e lui si ricorda il tuo, se lo è sempre ricordato, non costa nulla tenerlo lì, pensi solo che una volta non era tra parentesi, ma non ti ricordi perché se le è guadagnate. Altro contatto di un inarrivabile futuro, quando lo sento esprime una profonda voglia di conoscermi, ma credo sia un anno che va avanti così, e mai ha accolto i miei inviti o ne ha fatti di suoi, ma non lo cancello, perché promette bene, e io prima o poi tornerò in Italia. Come le cose che non butti quando fai il ripulisti della tua stanza: può sempre servire, ai vigliacchi e ai deboli come me. Il prossimo: contatto altoatesino, dato che non tornerò a intromettermi nella vita stressata di turisti natalizi, finisce qui il suo tempo. Nemmeno ci siamo mai visti, niente vita. Il successivo è differente: ci siamo visti un paio di volte, e mi adora, è come una fonte di autostima e cibo per l'egoismo, per questo non ho mai pensato di abbandonarlo, forse per lo stesso motivo dovrei cancellarlo, ma nel dubbio vince l'avidità. Poi? Di quest'altro non mi ricordo, forse aspetto che mi mandi un messaggio per rispondergli E tu, chi sei? Per non parlare di quest'altro, nemmeno pensavo di avere il suo numero, credo che mi abbia portato una volta a prendere un aperitivo analcolico per parlarmi dei suo abbordaggi in dark room o dei suoi sviluppi in palestra e per essere un primo incontro non mi capacito di non averlo cancellato dopo cinque minuti dal congedo. Strano come procedendo in ordine alfabetico diminuisca il ricordo che ho di ciascuno di loro, però sono appena arrivato ad un nome cui addirittura segue una nota spassosa che recita vuole i miei slip al mac di binasco. Va da sé. Avventure nel principato di Trento, niente di memorabile, via un altro. E perché resta nella mia rubrica, tra parentesi, un personaggio di cui ho già parlato in questo blog, il Mesellenico? Via! E ora l'ultimo, quello di cui spesso parlo in termini di Trombamico. Lui resta, magari ne parlerò, un giorno. Ora sono abbastanza stanco di tutto questo.

lunedì 3 maggio 2010

popper, non karl

La logica della separazione tra l'atto eiaculatorio e il piacere fisico dell'amplesso è accettabile solo in una prospettiva di una condivisione che si sia protratta per un tempo accettabile. L'occasione fa l'uomo ladro, e pure un po' esigente. Questo mi è apparso nella sua chiarezza abbandonando l'alcova di colui che chiameremo Mr. Pop, nomignolo che si è guadagnato inalando del popper per sentirsi piú macho, dato che non lo era nel letto, e per quanto due che prediligono o che necessitano nello stesso momento della stessa interpretazione possano comunque passarselo bene (traduzione letterale dallo spagnolo pasarlo bien), quando qualcosa manca, manca. Nel complesso, come disse il figuro, salutandomi e chiedendomi di gettare gentilmente l'immondizia uscendo, «Beh, una esperienza in più nella vita, no?». Sì. Non mi avevano mai chiesto di gettare l'immondizia dopo il sesso.

domenica 25 aprile 2010

voce del verbo essere

Mi tengo all'ombra, oggi. Ieri il sole ha brutalmente accarezzato la pelle debole delle mie braccia scoperte, disponibili. A cosa? Non sono io a deciderlo, ormai. Sono qua, usatele. Usatemi. Ho camminato con i piedi nell'acqua di un altro mare, mi sono seduto sulla sabbia di un'altra spiaggia, ho letto mangiando frutta. Ero lì, ero qui. Ho sfruttato il bello, senza goderne. Ballando fino a mattina nell'oscurità di una pista troppo piccola per tutti, per tutto. Ma oggi mi tengo all'ombra. Ho arredato la tana, solo piccole incursioni nel resto della casa per le necessità impellenti. Il piano è chiaro, semplice: non esistere. Negare me stesso agli altri, negare gli altri. Oggi non esiste nulla, non esiste nessuno. Oggi mi cibo di ombra, che il calore di un corpo sovraccarico si disperda. Che si scarichi come gli episodi di una vita fittizia. La mia parte fittizia, oscura. Le luci danneggiano gli occhi. Per troppo tempo ho guardato il sole senza occhiali. Oggi ho deciso. Mi tengo all'ombra.

venerdì 23 aprile 2010

non c'è drago senza spine

Oggi no. Pensavo di essere sopravvissuto con eleganza al sanvalentino di quest'anno - non faccio un sanvalentino in coppia dal lontano novantasette. Qui sanvalentino è oggi ventitredaprile, solo che si chiama san jordi, che altro non è che il san giorgio che uccise o addomesticò il drago e via dicendo. La tradizione è molto carina, ha mantenuto un che di non-commerciale, non c'entrano cose tipo baciperugina, qui i ragazzi regalano una rosa alle ragazze, e le ragazze ricambiano con un libro. Logicamente i ruoli di genere sono scomparsi, e l'importante rimane che ad una rosa corrisponda un libro. Così la città è disseminata, a distanza non superiori a dieci dei miei passi, di banchetti di rose. E tutti lì a fornirsene, avendo qualcuno a cui regalare. Peggio di sanvalentino, che almeno se giri per strada non ti imbatti in banchetti di baciperugina, e sai che la sera sarà colma di coppiette e sai come evitarli. Complice il fatto che avvenga in primavera piena, o che comunque qui si vive por la calle, moltissimo, sei circondato, senza che tu vada in centro (dove le Ramblas saranno rose e libri a profusione ovunque), anche nel tuo barrio periferico l'amore romantico delle rose trionfa colorando di rosso tutto il colorabile. Bene. Peccato non potersi chiudere in casa. Vi immaginate oggi i venditori di rose ambulanti? Tipo il cavaliere d'oro dei Pesci che lancia la rosa bianca che it si impianta nel petto e diventa rossa del tuo sangue. Poi muori. Io mi faccio una pizza assurda.

giovedì 22 aprile 2010

memento meminisse

«La data sullo schermo del cellulare lo riportò al triste bagaglio delle ricorrenze. Quel giorno, per lui, era come un giorno della memoria, il ricordo di qualcosa che aveva dovuto smettere di fare, il ricordo di una ricorrenza rotta. Era stata una data importante, carica di vicende piacevoli, fino alla rottura della routine. Il male tornava, attraverso quelle cifre riprodotte, a insinuarsi nella sua testa. La memoria del male era peggiore del viverlo in diretta. Come un cielo nuvoloso, sempre.»

martedì 20 aprile 2010

divertirsi con poco

Nel mio Google Reader, che comunque resta una delle invenzioni gugoliane migliori, ci sono tra le iscrizioni dei siti o blog o no-so-che di, diciamo, queer culture. Dal serio al faceto, dalla notizia all'intrattenimento. Insomma, rimanere informati. Eppure... Eppure c'è qualcosa che non va, mi pare che ci sia qualcosa che non funziona, che mi dà fastidio nel sottobosco del cervello. Per esempio quando escono thread del tipo: Uno dei Boyzone nudo nell'ultimo video. A parte il fatto che il più delle volte "nudo" si scopre che corrisponde a "in mutande", e sai che nudità, su venti aggiornamenti quindici sono Il tizio del Grande Fratello in mutande o Le protuberanze del Tal Calciatore. Non so, c'è qualcosa di morboso e di tremendamente effimero in tutto questo, in tutto questo rincorrere... Come se, solo per il fatto di essere gay, dovesse interessarci ogni minuscolo pezzo d'uomo che si intravede in qualche canale della comunicazione, come se fossimo lì a fare continuamente oddio, guarda lì, il tizio di quella cosa sta in mutande - oh, gli si vede il pacco a quel calciatore, che figo - e via dicendo. A me, questo, non so perché, ma dopo un po'...

giovedì 15 aprile 2010

sambàdi tulòv

L'iPod sa essere crudele, alcuni giorni. Don't you want somebody to love? Don't you need somebody to love? Ancora non mi era successo, qua a Barcelona, di sentire la pesantezza della solitudine, di essere harto de estar solito. Insomma, di iniziare un'altra volta quello che altrove ho chiamato mestruo emotivo. Però mi pare diverso. Forse perché mi aspettavo da questo lugar un'atmosfera più libertina, una facilità di contatto, qualcosa di liscio come il mare di questa fresca primavera barcellonese. Sarà stato il bidone stratosferico di ieri sera (il secondo, in realtà), da parte del Cubalibre, e che ormai ha sancito la fine di ogni tentativo di quedar para una cervecilla o yo que sé? O sarà la reazione sconsiderata di un tipo, leggendo un mio status feisbucchiano (maldito!) sul suo muro, uno status che recitava più o meno: oh, ciccio, mi pigli per il culo? vattene affanculo, va! e che era risultato di una broma tra me e un compagno di viaggio, sarà stata la sua reazione, pensando fosse rivolto a lui mismo, esagerata reazione di insultarmi e, qualcuno salvi Il Gallego Furioso, cancellarmi dai suoi contatti, senza accettare alcuna spiegazione e anzi rispondendomi, presumido, "faccio quello che mi gira per i coglioni se ti piace bene se no per me fa lo stesso"? Sarà quelle due volte al Punto, la prima da solo senza che nessuno mi cagasse (non sono bravo a ligar, lo so, e sinceramente me da igual, alla fine), la seconda con un'amica, che si avvicina questo tipo al tavolo e pensavo "evvai, magari", e invece attacca bottone con lei e quanto sei bella e quanto sei e va bene, non fa niente. O forse sarà che da circa poco più di due settimane, tra l'infermità della Semana Santa, il mezzo svenimento alla grigliata di Pasquetta, un malo polvo venerdì e l'attacco di nervi barra ansia con conseguente sabato sera in urgéncia, insomma, e l'orario del tirocinio che mi gioca i pomeriggi e mi rimanda a casa giusto per la prima serata in tv, sarà tutto questo che si trasforma da settimane in impossibilità di vedere los demàs o di farmi realmente vivo, o anche solo recuperare credibilità? Forse sono tutte queste interferenze linguistiche, o la dipendenza dalla manzanilla? Ho delle perdite, questo è sicuro.

You better find somebody to love...