venerdì 20 agosto 2010

ma davvero?

A buon rendere. Questo è il leit motiv di una pellicola graziosa, vanziniana, ma che nonostante ciò offre alcuni spunti, forse grazie al contributo di Proietti, vecchio della comicità italiana, di quella che ancora diceva al re quando era nudo. Su tutto, il familismo amorale, quella peculiare tendenza italiana a fare tutto il possibile affinché il nucleo familiare sia sempre preservato nei suoi interessi presenti e futuri, ricorrendo a mezzi poco legittimi, ma socialmente assunti come validi nell’indifferenza alle regole, per raggiungere obiettivi legittimi. Una struttura dell’azione fondata su una retorica dell’onestà che nulla può di fronte alla difesa dell diritti alla realizzazione dei membri della famiglia. Anche il padre che si considera e forse è onesto lavoratore, di fronte alla minaccia di un mancato obiettivo del figlio, attiva quei canali informali e – diciamolo un volta per tutte – sleali di favori da amici in ricordo di vecchi tempie  vecchi favori – a buon rendere: un circolo clientelare che si autoalimenta, si rinnova nutrendosi perché trova nutrimento in un’impostazione mentale che lo supporta e lo assume a possibile modello d’azione. Il confine tra onesto e disonesto non ha più a che fare con precise categorie etiche, è qualcosa di istantaneo, puntuale. L’assunzione di un comportamento o dell’altro esula dall’eventuale base morale individuale, concerne esclusivamente il modo in cui si sceglie di arrivare al traguardo, il fine che giustificherà il mezzo. Machiavellico, almeno, se non mertoniano. (SecondoRobert K. Merton, sociologo funzionalista, le mete sono sociamente definite, e accettabili o meno da ciascuno, e i mezzi utilizzati per raggiungerle possono essere legittimi o illegittimi – per darvi l’osso del discorso.) Ci sono onesti che sono disonesti senza colpa, quella ce l’hanno i veri disonesti, che amano avere la pancia piena alla fine del pranzo al ristorante, senza badare a quanto salato possa essere il conto. Nella finzione sono questi i puniti, i primi passano guai, poveri diavoli, redimendosi alla fine passando dalla parte dell’onesto impegno  quotidiano nel recupero del buono che avevano sacrificato o mai coltivato, ma che di sicuro c’è sempre in ognuno di noi. Tutto sommato, una solita commedia dei buoni sentimenti, ossia una bieca commedia all’italiana, vanziniana, che nonostante i bei ritratti di italianità e quel pizzico di denuncia, si ritrova banalmente paternalista nel tentativo di insegnarci le buone maniere, che alla fine del film non possono che apparirci, comunque, irrimediabilmente perdute e irrecuperabili in una vita italiana che è tutto fuorché meravigliosa.

[La vita è una cosa meravigliosa (2010), di Carlo Vanzina]

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