La possibilità di restare, o di tornare, questo è il tema. Tutti volevamo rimanere, e poi quasi nessuno ci è riuscito, come se il tempo passato in quel luogo fosse destinato a rimanere una parentesi. Ce ne siamo andati con la coda fra le gambe, chi prima, chi dopo. Ora ci ritroviamo e parliamo di questo, che forse non sarebbe stato giusto rimanere, che la città è sempre lì, e ci possiamo tornare avanti, che saremmo rimasti solo sull'onda dell'entusiasmo, che ancora c'è il tempo di andare altrove, di esplorare altre possibilità, che sarebbe stato troppo impulsivo, che dobbiamo ricordarci che, checché ne dicano, siamo ancora giovani, siamo giovani, giovani che esistono. Nei discorsi pubblici i giovani non esistono più, o meglio esistono ma solo come categoria statistica e come capro espiatorio, come residuo. Non abbiamo diritti perché non entriamo nella vita degli altri, non abbiamo nemmeno il diritto di essere, di esserci. Siamo una macchia oleosa che si aggira per le vie della città, siamo passanti ignorati o perseguitati. Viviamo in un mondo dove la cultura dei giovani come risorsa è andata scomparendo di fronte alla cultura del siamovecchinonfaterumore. Ora i progetti riprendono una dimensione patria, italiana nel mio caso, voglio riprovarci qui. D'altra parte, essere giovane, vuol dire potersi tenere porte aperte, portare con orgoglio la croce di una vista a trecentosessantagradi. Barcellona è lì, Berlino anche, il Mondo non scompare, e un low cost ci porterà dove vorremo andare, quando lo sapremo.
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lunedì 6 settembre 2010
lunedì 12 luglio 2010
cronache nemmeno tanto marziane
Successe così, che la penultima sera a Barcelona, era due domeniche fa, congedammo l'amico messicano, che il giorno dopo si sarebbe riportato alle sue terre con mestizia. E che si era fra i soliti amici, la nostra personale Barça, andando di guacamole e dolce di riso, e birra e sangria e via dicendo, le cose che si fanno così in questi momenti per dire. Ad un certo tempo apparvero, inaspettati, due amici colleghi compagni di qualcosa del congedantesi, belli tedeschi barcellonizzatisi, colpi di fulmine serviti su piatti di argento lucente. La conversazione con entrambi fu piacevole, nel tentativo di contenere il mio slancio carnale ed emotivo, e si finì in grosse risate e saluti, e insomma addio non ci rivedremo più, magari due risate sulla rete sociale. Come poi avvenne, che uno dei due accettò la mia richiesta di un contatto anche solo virtuale, e io ero contento secondo una logica del numero, al che lo salutai adducendo come argomentazione la storia dei filtri di corno di mammuth, che tanto ci aveva unito nella naturale disunione dei nostri rispettivi desideri quotidiani. Ora non è più mio amico. Mi chiedo se salutare non sia ormai diventato un affronto imperdonabile.
venerdì 2 luglio 2010
ricomporre gli abbracci
Fa caldo, ma ogni tanto una brezza di sconosciuta origine ristora l'animo accaldato. E scopro di essere tornato per le patatas bravas, per la Estrella e per gli abbracci. I pareri sono discordi: sembra ieri, sembra un secolo che te ne sei andato. Tutto dipende da cosa ha riempito il vuoto. Qualcosa che ora puó facilmente essere rimpiazzato da tapas nei posti dell'anima. Concordo con me stesso che è come se avessi fatto un mese di vacanza a Milano. Ora, sono di nuovo qui, e posso continuare la mia attivitá: vivere il tempo, crearlo e goderlo. La differenza fra qui e lì è che qui hai talmente tante opportunità per fare cose, che se scegli di non fare niente, è perché hai il potere di scegliere, mentre lì se non fai niente, è perché non c'è niente da fare. Qua, per dire, ci sono già i saldi. E abbracci che commuovono, di quelli stretti e caldi, in cui si mischiano occhi lucidi e sudore estivo, perché è così che deve essere, un abbraccio: sporco d'amore. Senza sconti, quelli li lasciamo ai miei nuovi pantaloni.
mercoledì 30 giugno 2010
postdatato
Eva passa per lo stretto corridoio, nel caso qualcuno dei passeggeri voglia qualcosa di caldo da bere. Io ho la testa appoggiata al finestrino, i due posti al mio fianco giacciono vuoti, uno ospita la rivista di bordo e il quaderno su cui ho smesso di scrivere: la penna sembrava esplodere, forse colpa dell'alta quota? Fatto sta che sanguinava inchiostro. Sanguinava sul nome di Xavier, che si è seduto in fondo, e non mi ha seguito fino al centro dell'aereo. Non avrà voluto le ali, gli sarà bastata la coda. Ancora mi è pressoché oscuro il sistema che ciascuno attiva nella scelta del posto libero. Xavier. È stato un attimo fa, ho incrociato la sua immagine nella coda dell'attesa, la sua immagine che si è imposta alla mia fame sotto forma di jeans vecchi, sformati, una candida maglietta della salute, un cornice di capelli corvini che racchiudevano lineamenti morbidi e incolti intorno ad occhi verdi. Ho cercato il suo sguardo in continuazione, sapendo di non poterlo reggere. Ho sbirciato la sua carta d'imbarco: io ho bisogno dei nomi, di dare un nome alle cose e alle persone. Esistono indipendentemente da quello, ma acquistano una corporeità diversa con un'etichetta. Il contatto visivo ha un che di rivelatorio, e mi aveva rivelato il disinteresse, l'indifferenza, la passione ad una direzione, mi aveva rivelato che il colore dell'indifferenza viene dal verde e dal nocciola. Ma più mi avvicino a Barcelona, meno penso a Xavier, gli auguro silenziosamente una buona vita, e vivo il sentimento del rimpatrio, sorprendendomi della difficoltà di definire cosa sia il ritorno. Penso a tutte le volte che mi sono diretto fuori, e ricordo come ogni volta mi sentissi di tornare a casa. Non so perchè si applauda alla fine del volo, ma l'ironia low cost ha organizzato trombette per assecondare il modo italico di ringraziare il capo tribù per aver gestito così bene l'esperienza liminale del cambio di status. Poco ancora, e sarò di nuovo nella città dei prodigi, l'autobus è partito. Xavier è scomparso.
domenica 30 maggio 2010
ultimo flamenco a Barcelona
Quedan unos cuartos de horas antes que me vaya, que salga de aqui. Decido escribir el último post en español para que se quede un poco la atmosfera que ha estado acompañandome tres meses. Lo que ha pasado, me lo he pasado bien. La maleta pesa 29,7 kilos, està al punto. Creo que pesaba tan como cuando llegué. No es una despedida de verdad, Barcelona es una ciudad a que se vuelve, nunca se abandona - aunque haya desarrollado una álergia a su aire. Vaya primavera! Esto no es el fin de algo, sino el inicio y ha sido un buen inicio. Comienza otra parte de vida, quien vuelva nunca vuelve, sólo llega mudado. Lo malo del viaje es que el avión no da tiempo para digerir - en una hora y pico ya llegas, te bajas de el y ahí estás, con tu vida interrumpida que empieza otra vez. Viajase en tren, tendría lo necesario para entender lo que pasa. El aire va rapido, la tierra detiene. Arrastrar o volar?
Así que el tiempo es aire, y el espacio es tierra. Cada uno es un pedazo de tiempo explotado. Nunca se sabe donde vas a ubicarte, tio. Un viaje que te cagas. Hostia. De puta madre. Seguiendo así, sigo andando. Hasta pronto.
giovedì 27 maggio 2010
però senza ali
Il tempo va accartocciandosi intorno al giorno del rientro. Fatte mie le riflessione di arikita sul ritorno e sul suo significato, comincio a pensare a come rimetterò in valigia questi tre mesi. Sono volati, e io mi sono mosso dall'isola della confusione solo circumnavigandola momentaneamente e già ne rivedo il profilo e l'approdo. Spesse volte non cerchiamo un approdo, e ci appare, un po' come qui, nel barrio di Grácia, la Plaça del Sol - non la trovi mai, è lei che si fa trovare. Se vuole, riconosciuti i tuoi sforzi, decide di smettere di muoversi come l'isola di Lost e si fa intravedere tra le viuzze. Giusto ora curo una torta salata per la cena di addio, cucinata con J., l'amica portoghese conosciuta in questi mesi. Una cena di addio tre giorni prima di partire. Domani mi aspetta l'inizio della valigia, sabato sarò fuori tutto il giorno, il tempo va volando, come si dice qui. Che rende meglio dell'italiano "il tempo vola". Ci sono momenti in cui non vuoi ali.
giovedì 20 maggio 2010
datti un obiettivo, trovami un aggettivo*
Quando si arriva ad un punto in cui si senta che è necessario, per la salute mentale, incontrare un qualche corpo solido, una qualche concreta agglomerazione di cellule, quello è il punto del non ritorno. Quando questo avviene a pochi giorni dal ritorno a casa, tutto assume il gusto del fallimento. Quando qualcuno ti consiglia pratiche poco ortodosse o che non approvi o alle quali non sei minimamente abituato per conseguire lo scopo, tutto assume l'aria della burla universale. Diviene allora chiaro che l'unico modo di uscirne è il cioccolato, in diverse forme, e bibite di dubbio gusto folklorico come il tinto de verano. Al gusto limone, per favore.
*Estopa, Vino Tinto.
giovedì 13 maggio 2010
abominio
Se dovessi incominciare a scrivere la mia memoria urbana di Barcellona, inizierei dicendo che qui c'è una piazza che si chiama Piazza delle Glorie Catalane.
Come se a Milano ci fosse una Piazza delle Glorie Lombarde o delle Glorie Padane.
Abominevole.
domenica 9 maggio 2010
il porno come prospettiva

Questa domenica di oggi mi sono guardato un film di cui molti hanno parlato: Shortbus, del 2006, scritto e diretto da John Cameron Mitchell. Molti penseranno si tratti di un porno soft. Di porno c'è qualcosa, secondo la definizione accademica di porno, ovvero nel caso in cui si veda tutto quello che c'è da vedere di un amplesso. Ma il porno in questo caso è solo un punto di vista, una prospettiva. Di cosa parla questo film, aldilà della trama? Parla di qualcosa che incontro tutti i giorni: l'incapacità di sentire. Che tu sia depresso, che tu sia anorgasmico, che tu sia un voyeur, che tu sia qualunque tipo di persona creda di essere, il tuo problema è questo: non sento niente. Chi ormai si lascia andare? Chi permette che l'altro entri nella sua pelle completamente, fino in fondo? Chi riesce a lasciarsi amare totalmente, senza provare terrore all'idea di ricambiare, di perdersi nell'altro? Le nostre individuali ricerche dell'amore e del piacere continuano, ma siamo solo divoratori di esperienze che giocano con la vita: siamo terapisti di coppia e quando facciamo l'amore con il nostro compagno non proviamo niente; siamo ex accompagnatori la cui capacità di interpretare l'amore fisico rimane per sempre corrotta; siamo giovani che giocano a fare il dominatore quando quello che vorremmo è solo essere dominati. Il problema è che non riusciamo a sentire niente. Qualcosa ci blocca. Ma cosa? Le risposte sono possibili e tante.
un punto su
barcelona,
flâneurismi,
teleintimismo
lunedì 3 maggio 2010
popper, non karl
La logica della separazione tra l'atto eiaculatorio e il piacere fisico dell'amplesso è accettabile solo in una prospettiva di una condivisione che si sia protratta per un tempo accettabile. L'occasione fa l'uomo ladro, e pure un po' esigente. Questo mi è apparso nella sua chiarezza abbandonando l'alcova di colui che chiameremo Mr. Pop, nomignolo che si è guadagnato inalando del popper per sentirsi piú macho, dato che non lo era nel letto, e per quanto due che prediligono o che necessitano nello stesso momento della stessa interpretazione possano comunque passarselo bene (traduzione letterale dallo spagnolo pasarlo bien), quando qualcosa manca, manca. Nel complesso, come disse il figuro, salutandomi e chiedendomi di gettare gentilmente l'immondizia uscendo, «Beh, una esperienza in più nella vita, no?». Sì. Non mi avevano mai chiesto di gettare l'immondizia dopo il sesso.
venerdì 23 aprile 2010
non c'è drago senza spine
Oggi no. Pensavo di essere sopravvissuto con eleganza al sanvalentino di quest'anno - non faccio un sanvalentino in coppia dal lontano novantasette. Qui sanvalentino è oggi ventitredaprile, solo che si chiama san jordi, che altro non è che il san giorgio che uccise o addomesticò il drago e via dicendo. La tradizione è molto carina, ha mantenuto un che di non-commerciale, non c'entrano cose tipo baciperugina, qui i ragazzi regalano una rosa alle ragazze, e le ragazze ricambiano con un libro. Logicamente i ruoli di genere sono scomparsi, e l'importante rimane che ad una rosa corrisponda un libro. Così la città è disseminata, a distanza non superiori a dieci dei miei passi, di banchetti di rose. E tutti lì a fornirsene, avendo qualcuno a cui regalare. Peggio di sanvalentino, che almeno se giri per strada non ti imbatti in banchetti di baciperugina, e sai che la sera sarà colma di coppiette e sai come evitarli. Complice il fatto che avvenga in primavera piena, o che comunque qui si vive por la calle, moltissimo, sei circondato, senza che tu vada in centro (dove le Ramblas saranno rose e libri a profusione ovunque), anche nel tuo barrio periferico l'amore romantico delle rose trionfa colorando di rosso tutto il colorabile. Bene. Peccato non potersi chiudere in casa. Vi immaginate oggi i venditori di rose ambulanti? Tipo il cavaliere d'oro dei Pesci che lancia la rosa bianca che it si impianta nel petto e diventa rossa del tuo sangue. Poi muori. Io mi faccio una pizza assurda.
giovedì 15 aprile 2010
sambàdi tulòv
L'iPod sa essere crudele, alcuni giorni. Don't you want somebody to love? Don't you need somebody to love? Ancora non mi era successo, qua a Barcelona, di sentire la pesantezza della solitudine, di essere harto de estar solito. Insomma, di iniziare un'altra volta quello che altrove ho chiamato mestruo emotivo. Però mi pare diverso. Forse perché mi aspettavo da questo lugar un'atmosfera più libertina, una facilità di contatto, qualcosa di liscio come il mare di questa fresca primavera barcellonese. Sarà stato il bidone stratosferico di ieri sera (il secondo, in realtà), da parte del Cubalibre, e che ormai ha sancito la fine di ogni tentativo di quedar para una cervecilla o yo que sé? O sarà la reazione sconsiderata di un tipo, leggendo un mio status feisbucchiano (maldito!) sul suo muro, uno status che recitava più o meno: oh, ciccio, mi pigli per il culo? vattene affanculo, va! e che era risultato di una broma tra me e un compagno di viaggio, sarà stata la sua reazione, pensando fosse rivolto a lui mismo, esagerata reazione di insultarmi e, qualcuno salvi Il Gallego Furioso, cancellarmi dai suoi contatti, senza accettare alcuna spiegazione e anzi rispondendomi, presumido, "faccio quello che mi gira per i coglioni se ti piace bene se no per me fa lo stesso"? Sarà quelle due volte al Punto, la prima da solo senza che nessuno mi cagasse (non sono bravo a ligar, lo so, e sinceramente me da igual, alla fine), la seconda con un'amica, che si avvicina questo tipo al tavolo e pensavo "evvai, magari", e invece attacca bottone con lei e quanto sei bella e quanto sei e va bene, non fa niente. O forse sarà che da circa poco più di due settimane, tra l'infermità della Semana Santa, il mezzo svenimento alla grigliata di Pasquetta, un malo polvo venerdì e l'attacco di nervi barra ansia con conseguente sabato sera in urgéncia, insomma, e l'orario del tirocinio che mi gioca i pomeriggi e mi rimanda a casa giusto per la prima serata in tv, sarà tutto questo che si trasforma da settimane in impossibilità di vedere los demàs o di farmi realmente vivo, o anche solo recuperare credibilità? Forse sono tutte queste interferenze linguistiche, o la dipendenza dalla manzanilla? Ho delle perdite, questo è sicuro.
You better find somebody to love...
mercoledì 31 marzo 2010
una settimana santa
Ok, è da più di un mese che sono qui in Barcino, e come era giusto che fosse, la prima settimana di riposo che ho, prima di cominciare il tirocinio, me la gioco con una brutta cosa intestinale che mi fa pisciare dal culo, tanto per essere un po' volgari. Mentre tutti sono in giro, magari in spiaggia o cose del genere, dato che qui è iniziato il bel tempo dell'aprile spagnolo, ed è pure, in concomitanza, la semana santa, quella che precede la domenica di pasqua, e qui si respira santità in tutto ciò che si fa e che si pensa di fare. Allora io è da lunedì mattina che sono a casa, e mi muovo dalla cama al sofà al bagno, con un tempo di autonomia di massimo 45 minuti. E allora ho tutta una cultura di quello che ora passano nella televisione espagnola, che proprio in questi giorni vive il passaggione al digitale terrestre.
Piccola premessa: la tv spagnola fa cagare, è peggio di quella italiana. Io guardo solo due-tre canali: RAC 105, che è un canale di musica, ricco di classici e pezzi dimenticati; Antena Neox, che è il canale che ti propina in continuazione telefilm, a volte scadendo nel patetico classicismo del Principe di Bel Air, che però se sei uno studioso è interessante vedere, fino a cose del tutto spagnole come... Beh, dire "del tutto spagnole" è davvero un azzardo, dato che qui, insomma, ho notato che sono produzioni spagnole ma storie già collaudate, come se in Ispagna si rifiutassero di importare un format e preferiscano provare a farseli da soli, per esempio, "I liceali", che qui si chiama Fìsica o Quìmica, oppure c'è questo Aqui no hay quien viva, che è una specie di sit com ambientata in un condominio, che mi ricorda un po' qualcosa di visto in Italia. Poi passano anche cose del tutto non spagnole, come Como conocì tu madre o The Big Bang Theory, che da noi passava la mattina e quindi non la seguiva nessuno, e invece è divertente. E poi hanno una serie che è come Heroes ma più ridotto alla dimensione nazionale, e si chiama Los Protegidos, e io e il Claudione, ovvero chi mi ospita, andiamo pazzi: ci sono questi ragazzi che sono nati con dei cazzo di poteri, ma proprio di quelli banali come essere invisibile, dare la scossa, leggere nella mente, spostare gli oggetti con il pensiero, mutarsi, e questo professore che si prende in carico di ospitarli e fanno questa famiglia, e c'è anche questa poliziotta del tutto normale la cui bimba è stata però rapita perchè ha un cazzo di potere strapotente, che secondo noi è prevedere il futuro, e insomma, chi la tiene sequestrata è pure un professore della scuola, e insomma, lui vuole impossessarsi di sti poveri ragazzi, comunque fa anche un po' ridere. E poi ci sono dei quiz che uno si chiama Password ma non ve lo saprei spiegare. E i Simpson e American Dad a rotazione. Sempre.
Spero di potere uscire presto.
giovedì 18 marzo 2010
dispaccio n. 3
No, gracias - note sul rituale dell'interazione in Ispagna
Noi siamo abituati a rifiutare un'offerta con la formula no, grazie, e a vedere l'altro incassare questo colpo con la tranquillità che è propria di questa situazione. Qui, invece, dire no, gracias equivale a offendere l'interca cultura iberica. Tutti noi pensavamo che questi spagnoli fossero più diretti, meno formali, più spontanei e giocherelloni. Invece, il rituale dell'interazione in Barcellona è assai complicato. Ad esempio, se io chiedo a qualcuno
«Andiamo a prendere un caffé?»
a Milano risponderei con un semplice «No(, grazie)». Qui invece si ha a che fare con un delirio giustificatorio. Non si può rispondere semplicemente no, si deve dire sempre
«No, es que...»
Ossia: no, è che... devo andare, ho da fare, ne ho già bevuti tre, mia madre è malata e sarebbe una cattiveria bere caffè mentre lei non può... e via dicendo.
Ma non finisce qui. Quando qualcuno ti offre qualcosa, se rispondi subito sì, sei un morto di fame (ricordiamo sempre di non dire mai gracias). Di norma, l'interazione avviene in questo modo
«¿Quieres tomar algo?» - Prendi qualcosa (con me)?
«No, es que tengo que volver a casa» - No, è che devo tornare a casa
«¡Va! Tomate algo (conmigo)» - Dai, su, prenditi qualcosa
«No, de verdad, es que ya he tomado un café antes» - No, davvero, è che ho già bevuto un caffé prima
«Venga, tomamos una caña, ¿no?» - Beh, prendiamoci una birretta allora, no?
«Vale!» - Ok
Ancora peggio la situazione di congedarsi. Seduti ad un tavolo con della gente conosciuta da poco, se si dice Me voy (Me ne vado), poi non te ne vai prima di 10 minuti. O meglio, resti e poi dopo dieci minuti (tipo le ultime sigarette, l'ultima birretta...) ripeti Venga, voy (suona come: Ora proprio me ne vado), e solo allora puoi pensare che nel giro di 5 minuti ti puoi alzare dalla sedia e fuggire.
Tutto per dire, pazzi questi iberici. Divertentissimi. Adorabili.
A me tutto questo piace un sacco.
venerdì 12 marzo 2010
dispaccio n. 2
Prime confusioni idiomatiche
Ieri sera abbiamo avuto un incontro con il cosiddetto "gruppo veterano", ovvero quelli che sono qui da gennaio e che andranno via a fine mese. Si no se quedan aqui. Nel gruppo ho subito individuato una preda. E ci ho azzeccato. Peccato che ya tiene un lio, una cosa con un chico. Così mi ha detto l'amico suo, mentre si beveva l'ultima birra sulla Rambla. Una cosa che non si può fare. No se puede beber por la via publica. Seratina carina, comunque, che mi gonfia di orgoglio per il fiuto che sembra rinato in questa città così acogedora. Entro oggi terminerò il pocket money di euro cento che mi spettarono a inizio marzo, dovendo così affrontare il primo prelievo in terra straniera, con costi e spese e commissioni che ignoro. All'orizzonte ancora nessuna nuova sul lugar de practicas in cui mi manderanno. Que mal rollo! Ma sono fiducioso, e ora ho altro a cui pensare, tipo fare i compiti per il corso di lingua. Il nuovo compagno di corso, l'alemanno, me vuelve loco, però è ruidoso e un poco sborone. Come al solito dichiaro subito i miei intenti, non c'è tempo da perdere. Intanto mi spunta una cosa tra un sottocutaneo e un'emorroide, per cronaca di ipocondria. Tutto ciò ha a che fare con il quotidiano.
venerdì 5 marzo 2010
piccolo breviario per cittá (che vogliono essere) europee
Tipo che... Ieri sera abbiamo fatto un po' di serata, cerveza, bocadillo e chupiti assurdi (uno si chiamava "pacto del diablo" e un altro "Monica Lewinski"...). A mezzanotte chiude la metro, da domenica a giovedí. Cosí si é rimasti senza trasporto. Eppure... Ieri sono tornato a casa alle 3 con un autobus che passa ogni 20 minuti da quando chiude la metro a quando riapre. Ce ne sono diversi, si chiamano Nitbus, il mio é l'N13. Ti portano a casa. Sempre. Stasera la metro chiude alle 2. Domani non chiude. Cosí, tanto per farlo sapere.
giovedì 4 marzo 2010
dispaccio n. 1
Il mio barrio - dalla parte giusta della linea?
Quarto giorno a Barcelona. Stamattina, per fare una specie di compito a casa, vado a "descubrir mi barrio". Faccio foto, annoto gli orari di alcune cose (el mercat/el mercado, la bilioteca/la biblioteca, el CAP - Centre d'Atenció Primaria/Centro de Atención Primaria... catalano/castigliano). Ogni barrio, ogni quartiere, ha questi servizi. Annoto anche i supermercati e i "Paquis", ossia quei negozi di alimentari che stanno aperti fino a tardi per chi, come me, non sta tornando a casa prima delle dieci di sera. Tutto molto bello. La sera lo racconto al mio dueño, il padrone di casa, e scopro che ho sbagliato tutto perché... Ho attraversato la strada! Da questa parte, siamo in Barcelona Ciudad, dall'altra, a L'Hospitalet de Llobregat (pronuncia: lospitaléddejjovregá). Allora usciamo e mi fa fare un giro per il barrio quello giusto e scopro un sacco di cose. Per esempio, che domattina dovró di nuovo andare in giro per la parte fotografica, o che ho fatto il carné nella Biblioteca sbagliata, e non potró usarlo in cittá. Bene. Anzi, ¡Vale!
Intanto il corso di lingua ci piace, siamo bravi e simpatici e via dicendo, giá amo il mio professore, che parla piano e molleggia le sillabe, non riesce a stare fermo e ha i capelli crespi e un dred (?) lunghissimo tipo codino dei tempi che furono.
Mi si é ridimensionata anche la sindrome di "avere il cuore".
to be continued...
sabato 27 febbraio 2010
dispaccio n. 0
PROLOGO
L'ora della partenza si avvicina. Quello che non c'è, manca. Mancherà, e la lacuna la si colmerà in futuro, secondo necessità. «Consideriamo il concetto di valigia come cosa limitate» dice A., «fare la valigia implica l'esclusione di qualcosa, dunque non puoi avere alcun sentimento di definitività. Mettici solo quello che vorresti portare. Nella valigia ci puoi mettere tutto quello che vuoi, se vai in un posto nuovo non devi essere null'altro rispetto a quanto non vorresti essere».
Esatto, la tensione tra dover essere, ossia costituire un bagaglio definitivo, e il voler essere, lasciarsi aperte le possibilità del coinvolgimento nel circuito locale della necessità. Vince la volontà di non essere proprio del tutto. Ho comprato le suppellettili tecnologiche che è bene avere con sé per evitare di non trovarle lì. D'altra parte non ci saranno mai abbastanza mutande, per non parlare delle calze. So già che la prima settimana si tratterà di procurarsene secondo il genius loci. Ancora poche ore. Fra poche, una cena a base di pesce con la famiglia, quella anagrafica. Poi, la lunga notte prima della partenza. I sussulti da l'ho-messo-in-valigia? e i pensieri sullo scenario futuro prossimo. E il blocco del traffico.
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