mercoledì 30 giugno 2010

postdatato

Eva passa per lo stretto corridoio, nel caso qualcuno dei passeggeri voglia qualcosa di caldo da bere. Io ho la testa appoggiata al finestrino, i due posti al mio fianco giacciono vuoti, uno ospita la rivista di bordo e il quaderno su cui ho smesso di scrivere: la penna sembrava esplodere, forse colpa dell'alta quota? Fatto sta che sanguinava inchiostro. Sanguinava sul nome di Xavier, che si è seduto in fondo, e non mi ha seguito fino al centro dell'aereo. Non avrà voluto le ali, gli sarà bastata la coda. Ancora mi è pressoché oscuro il sistema che ciascuno attiva nella scelta del posto libero. Xavier. È stato un attimo fa, ho incrociato la sua immagine nella coda dell'attesa, la sua immagine che si è imposta alla mia fame sotto forma di jeans vecchi, sformati, una candida maglietta della salute, un cornice di capelli corvini che racchiudevano lineamenti morbidi e incolti intorno ad occhi verdi. Ho cercato il suo sguardo in continuazione, sapendo di non poterlo reggere. Ho sbirciato la sua carta d'imbarco: io ho bisogno dei nomi, di dare un nome alle cose e alle persone. Esistono indipendentemente da quello, ma acquistano una corporeità diversa con un'etichetta. Il contatto visivo ha un che di rivelatorio, e mi aveva rivelato il disinteresse, l'indifferenza, la passione ad una direzione, mi aveva rivelato che il colore dell'indifferenza viene dal verde e dal nocciola. Ma più mi avvicino a Barcelona, meno penso a Xavier, gli auguro silenziosamente una buona vita, e vivo il sentimento del rimpatrio, sorprendendomi della difficoltà di definire cosa sia il ritorno. Penso a tutte le volte che mi sono diretto fuori, e ricordo come ogni volta mi sentissi di tornare a casa. Non so perchè si applauda alla fine del volo, ma l'ironia low cost ha organizzato trombette per assecondare il modo italico di ringraziare il capo tribù per aver gestito così bene l'esperienza liminale del cambio di status. Poco ancora, e sarò di nuovo nella città dei prodigi, l'autobus è partito. Xavier è scomparso.

lunedì 28 giugno 2010

La mia generazione senza vento

Siamo una generazione? Una generazione si definisce in base alla visione del mondo che la accomuna, indipendentemente che i soggetti la condividano o la contrastino. La generazione non è solo un elemento genealogicamente fondato, ha a che fare con i cambiamenti che l'individuo vive durante la sua crescita, con le tappe della storia del mondo attraverso cui passa, che le viva in prima persona o che solo sia sfiorato dai suoi effetti. Appartengono a generazioni differenti quelli che hanno una certa età in un certo momento storico, perché le opportunità di vita e pensiero che si possono cogliere, coltivare, seguire, sono diversamente distribuite lungo il cammino della collettività. In altre parole, ogni generazione si muove sullo sfondo di un sistema complesso di valori dominanti, opportunità di scelta individuale e collettiva – in un certo senso, politica – e ancora opzioni morali, atteggiamenti verso la realtà e pensieri su come la stessa funzioni, interpretazioni che si formano tramite la visione della vicenda collettiva e l'intersecarsi inevitabile di questa con la vicenda individuale; il tutto sistema collocato nello spazio e nel tempo. La generazione è come una comunità debole di pensiero, una mentalità che l'individuo assorbe e che reitera, riproduce nel resto della propria esistenza, utilizzandola come filtro.
Che generazione siamo noi, quelli che sono nati in Italia dopo il piombo e prima del crollo del muro di Berlino, nella prima metà dei rampanti Ottanta? Che mentalità generazionale abbiamo, conserviamo, e quasi senza saperlo utilizziamo quotidianamente nella ricerca dei modi di raggiungimento dei nostri obiettivi?
Partiamo dagli esempi. Siamo quelli per cui la tecnologia è ancora una conquista, per noi è importante il contenuto che creiamo attraverso il mezzo tecnologico, mezzo che vogliamo saper controllare, il cui utilizzo ci deve essere chiaro: siamo nati prima che il mondo si interconnettesse rendendo accessibile a tutti il mercato dell'informazione. Per noi il cellulare è qualcosa che abbiamo dovuto apprendere, così come internet: nulla ci era dato per garantito, era nostro dovere prendere coscienza della portata di una trasformazione tecnologica, della modalità opportuna di utilizzarlo. Quella che potrei chiamare la generazione del muro aveva la caratteristica di non essere collocata, nella fase di crescita e passaggio alla tarda infanzia (secondo Mannheim il momento più significativo nella formazione di una mentalità generazionale), in una società del benessere diffuso, bensì in un sistema in cui l'accesso al benessere dipendeva dall'azione individuale in concerto con le circostanze politiche e sociali dell'intorno. Tutto era ancora una conquista. Siamo anche la generazione Chernobyl, i bambini che da piccoli non potevano bere il latte con tutta tranquillità, e questo – in qualche maniera – contribuì a creare un certo sentimento di responsabilità individuale e collettiva nei confronti del destino del mondo. Per lo stesso motivo, ci venne detto, e seguimmo la direttiva, che era importante studiare (una costante nella storia dell'educazione familiare italiana), e studiavamo perché pensavamo che questo ci avrebbe dato accesso alle opportunità del futuro. Durante gli anni Novanta eravamo nelle nostre scuole superiori e ricevevamo un'educazione pressoché completa, i programmi erano densi e, chi più chi meno, ci davano la confidenza necessaria ad affrontare il nuovo Anno Mille della Civiltà. Il sistema educativo ci invogliava a seguire il cammino dello studente anche al livello universitario, ancora genitori e professori erano alleati nello spronarci, in senso quasi hegeliano, a buttarci nella società civile extra moenia. Tirando delle somme parziali, si formava la nostramentalità generazionale e i primi capisaldi erano: che le cose bisogna conquistarle e sapere come funzionano; che ci sono azioni i cui effetti travalicano i confini del piccolo mondo individuale e che per gestire tutto questo è necessario essere preparati, da grandi.
Studiammo, ci preparammo, ci credemmo, ma poi qualcosa è cambiato, ora siamo una generazione che non ha le opportunità su cui pensava di contare, una generazione il cui valore e la cui formazione – gli anni dedicati a conquistare una propria identità culturale e intellettuale – sono quotidianamente misconosciuti o addirittura disconosciuti. Ci viene detto che siamo troppo preparati, troppo formati, per ambire a delle semplici occupazioni. Ci viene detto che, per tutelare la nostra grande formazione, non possono impiegarci in un'attività. Ci viene rinfacciato il fatto che pretendiamo. La nostra mentalità generazionale viene utilizzata contro di noi, come se fossimo colpevoli di aver seguito le aspirazioni che coltivammo nei campi della Storia, nei solchi che l'aratro delle nostre storie individuali avevano creato. Dovevamo essere la generazione che avrebbe soppiantato ilrampantismo eighties degli eterni Peter Pan usciti da un'infanzia segnata dal piombo e dalla strage delle idee dei Settanta. Potevamo essere coloro che avrebbero accolto la generazione del benessere, quelli che avrebbero vissuto il mondo dopo la fine dei muri, e che poi si sono beccati la società globale della paura, con i suoi 11 settembre e tutto il conseguente. Invece gli ex-rampanti ce li ritroviamo di fronte a non-selezionarci per un lavoro, e lagenerazione 11 settembre mette video su Youtube e, volenti o nolenti, si stanno crescendo da soli.
Non siamo collocabili, nello spazio. Quindi esistiamo solo come tempo, e come tempo passiamo.  
Grazie.
Gianmarco

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nihil dulce est facere

Sono appena le 9 ed è chiaro come il sole: chi non ha niente da fare, dovrebbe dormire il più possibile. Le giornate sono troppo luminose, e la luce si insinua nei vuoti. Gli altri, che hanno le loro attività, i loro lavori, si sentono in diritto di chiederti qualsiasi tipo di prestazione informale con un preavviso di qualche ora, del tipo vai a scendermi il cane, ché tanto non hai nient'altro da fare e si può dare per scontato che lo farai. Non c'è obbligo, solo un'aspettativa difficile da contraddire o da disattendere. Svegliarsi presto, e poi che fare? Colazione, in qualche modo ti sei alzato dal letto e già ti sei scontrato con il calore metropolitano che si fa spazio dai muri, dall'esterno all'interno, quindi valuti come ottimale la scelta di rimanere sveglio. Bisogna solo trovare qualcosa da fare, qualcosa da fare, qualcosa da fare. L'ozio è bello solo quando puoi sceglierlo come opzione, non quando ti si impone. D'altra parte, è pure un po' estate. 

venerdì 25 giugno 2010

slow h

L'Italia è uscita dal mondiale, gli allenamenti presso la parrocchia Santi Cazzi non hanno sortito l'effetto previsto. Probabilmente la strategia "Buttala fuori! Buttala fuori!" non è più vincente, se mai lo è stata dopo l'adolescenza da ora di ginnastica - lì, almeno, si faceva per perdere tempo e affaticarsi il meno possibile. Quindi l'Italia è uscita dal mondiale, è fuori dal mondo - sai che novità. D'altra parte non biasimo nessuno, nessuno ce li voleva a questo mondiale, a questo mondo, ora che ci riavviciniamo ai Comuni e alle Signorie. Ho già visto rimontare il vecchio palo dell'inquisizione in quella che diverrà Piazza Torquemada, che ora che so lo spagnolo, so che può benissimo essere reso con "torre bruciata". Ah, la storia è ironia. Quindi la Slovacchia avrà tracotato nell'aver spulciato dalla qualificazione gli ultimi campioni di calcetto sulle grandi distanze. Certo quegli orientali sono così giovani, così veloci, così freschi e sembrano tutti più o meno attori porno gay, quei ragazzetti dal pube depilato che due sguardi e si amano - fra di loro, nella sceneggiatura. Chissà dopo, nello spogliatoio. Avranno, comunque, festeggiato. Quello che spero, allora, è che sia un mondiale delle squadre che non ti aspetteresti al mondiale. Così, per essere un po' snob. Ma mai tiferò la Isvizzera, soprattutto dopo aver sentito che un deputato elvetico vuole annettere Como. Tse, ma il fatto di essere nel 2010 non significa niente per molti, vero? 

giovedì 24 giugno 2010

social post office

La porta automatica si apriva solo dall’interno. A metà mattina la coda fuori dall’ufficio postale, campione rappresentativo dell’anzianità dell’utenza, aspettava ancora che le luci si accendessero. Riunione sindacale, diceva un avviso affisso al vetro. «Ora aprono fra qualche minuto», lo rassicurò un uomo prossimo al trapasso, come se pensasse che non sapesse leggere quelle elementari informazioni orarie. A poco a poco entravano gli addetti allo smistamento, ingressi privilegiati dalla complicità di colleghi sopiti all’interno. Tre cavalieri intanto si disposero ai posti di combattimento, come in una trincea, le luci ancora basse, valutando la clientela che aldilà della barriera trasparente si preparava alla lotta, bollettini buste paghe documenti moduli portafogli o soldi contati, tutto in mano. Scoccarono le undici e le luci si accesero, la porta si aprì per tutti e la macchina dei turni fu di nuovo vittima delle dita avide di servizio. Ad ogni pressione, vacillava sul proprio asse, come se il suo destino fosse quello di subire colpi e contraccolpi per l’eternità: uno scomodo destino, non c’era che dire. La coda non avanzava, presa tra una insolita timidezza o un inopportuno timore reverenziale – come quando sei il primo a partire quando scatta il verde – e un tentativo di movimentazione dell’atmosfera. «Lasci passare la signora in carrozzella» disse una mano agganciando il braccio di un compagno di lotta.«Certo, ma con calma» rispose serenamente il troppo presto condannato di inciviltà, nella speranza che tutto terminasse nel minor tempo possibile. Ma ci sono persone che non colgono i toni o che capiscono solo quello che vogliono capire. L’imprenditore morale, forte del rispetto che l’Universo gli stava sicuramente accordando, intraprese una reazione che parve esagerata ai più, difendendo la bontà del proprio atto, ma la discussione venne soffocata dal sopraggiungere dei numerini. Tutto era tornato alla normalità, sfiorata la tragedia. Lo rivelava la signora che ripeteva «Eh, ma come sono lenti, eh, ma come sono lenti, eh, ma come sono lenti, eh, ma come s…»

martedì 22 giugno 2010

il teorema del fesso

Non ci sono solo il dito e la luna. Tra il dito e la luna ci sono 384400 km, non esattamente bazzecole. Insomma, tra il dito e la luna io non scelgo né il dito, né la luna - scelgo lo spazio di possibilità che si situa fra i due eventi, l'evento dito e l'evento luna. Dato che non mi è concessa la possibilità di guardare entrambi, non ne guardo nessuno. Anche se comunque preferirei il dito, ché non sai mai che persona ci puoi trovare attaccata. 

lunedì 21 giugno 2010

there's more here to be seen*

Ci sono sempre dei luoghi dell'anima, luoghi muti luoghi fermi dove annusi lo spazio eterno, sono quei luoghi pieni di ricordi sereni (sarebbe troppo dire felici), luoghi in cui torni e, qualsiasi cosa tu vi faccia, in qualunque modo tu trascorra il tempo che li attraversa, stai bene solo per il fatto di essere lì. Being there, esserci, come il giardiniere in Oltre il giardino, come se non avessi vissuto mai al di fuori di quei confini. Parti con degli amici, e vai a rinchiuderti in un perimetro fatto di condivisione, dello spazio, del tempo, dell'azione. Fuori non ha importanza se una pioggia torrenziale toglie senso all'accessorio estivo che ti sei portato dalla grande città, sei lì, questo importa. Non importa se alla fine hai solo abbozzato il Private Telefilm Festival che avevi in mente, programmato mentalmente. Qualcosa c'è comunque stato, un tempo che nessun altro ha vissuto, e che solo conoscete tu e coloro che con te lo hanno creato. Un tempo creato

*Editors, An End Has A Start

giovedì 17 giugno 2010

scintillami sto cammello

È stato più un rituale simbolico di riconferma del legame comunitario, che una vera e propria volontà di agire in questo modo, però il risultato è che ho visto Sex and the City 2
Recensione in sintesi: no no no. Un po' più discorsivo: a me stavano più simpatiche quando scintillavano meno. Nemmeno a parlare della serie, in cui quattro ragazze in fondo rispettabilmente sfigate, seppure intrallazzate con l'upper class world newyorkese, se la vedevano con la sopravvivenza nella giungla metropolitana, chi single, chi con una vocazione familiare o lavorativa, chi un po' zoccola ma simpatica. Poi è arrivato il film in cui, va bene, una di loro, ovvero la donna che rappresentava la singleness di fondo, cambia status e si sposa. Ci sta, ha a che fare con la vita, lei evolve e via dicendo tutte le altre, la carriera, la famiglia e insomma sono tutte un po' meno sfigate, ma ancora ci stanno simpatiche, conservano un nonsoché da donna della strada. Ora tutto incomincia con un matrimonio, quello dell'amico gay di lei con l'amico gay dell'altra: una pacchianata colossale, con tanto di Liza Minnelli che si improvvisa Beyoncé in una skatch che di friendly non ha nulla, nemmeno il glitter - che tra l'altro invade ogni cosa dall'inizio alla fine. Passa il matrimonio, che logicamente mette tutte le relazioni un po' sotto i riflettori, vuoi per il confronto o vuoi perché queste signorine un po' si annoiano a essere tanto glam senza poter essere più quelle divertenti incapaci della vita come le avevamo conosciute. E niente, Charlotte è in crisi perché - oibò - due figlie e - ma dai? - che difficile essere madre. La Samantha è stata resa una volgare donnona in menopausa, che chissà perché basta che guarda uno, e guarda caso è uno stragnocco, e cinque minuti dopo se lo sta bombando con massimo gaudio. E via così per tutto il film, con i soliti bellissimi corpi (e nient'altro), riprese di culi e addominali che ci puoi friggere un uovo e fai una cialda, e robe così tutte per lei la bionda. Logicamente la fa da padrona la scrittrice che va in paranoja per ogni piccola cosa fuori posto nella sua idea di come debba essere stare sposata con (il maledetto da me sempre odiato) Mr Big: e se lui ordina la cena a domicilio, che vecchia coppietta sposata, e se lui guarda la tv sul divano, che vecchia coppietta sposata, e non usciamo mai, e via dicendo fino a Ci serve lo scintillio. Al che lui gli risponderebbe volentieri: scintillami sto... E io sono d'accordo. Poi vanno ad Abu Dabi, e sono inopportune come può esserlo il glitter everywhere. Io non riesco a trovare nessun significato recondito, nessuna analisi, nessun messaggio nella storia di quattro donnine della classe medio alta che sembrano vuote come un armadio ikea da montare, e che se non parlano di fashion parlano di cazzi o di crisi con i rispettivi mariti e o compagni. E basta. Accozzaglie scintillanti su questi canali.

lunedì 14 giugno 2010

nazionalismo

Questa sera esordio della nazionale. Il termine nazionale è qualcosa di importante. Come dice lo spot dei mondiali in Spagna, un mondiale non lo vincono in undici, lo vincono [inserire ammontare della popolazione di riferimento], perché più che una squadra, siamo una nazione e bla bla bla. Efficace - ma io non ho nemmeno una bandierina italiana, l'unico tricolore è una fascetta che fa da cordino per una medaglia, un bronzo?, conquistato al torneo di pallavolo liceale nel novantanove. Comunque ci accingiamo a riunirci di fronte allo schermo indossando qualcosa di azzurro o abbinamenti da bandiera. Io opto per la prima opzione, mi dona di più l'azzurro che il verde o il bianco, per non parlare del rosso. D'altra parte è solo un'altra occasione di ritrovarsi. Berremo birra italiana e mangeremo pizza. Saremo italiani, per qualche giorno. Per qualche ora. Benedetto il mondiale. 

venerdì 11 giugno 2010

e vabbé

Non so perché, ma se mi si dice iniziano i mondiali mi sembra qualcosa di abbastanza figo, ma se sento che inizia il campionato del mondo, mi figuro un duello a quidditch o qualcosa di medievale e assolutamente inopportuno. E vabbé. Waka waka.

mercoledì 9 giugno 2010

la cenere che resta ad ogni passo


Non sono collocabile. Ho un curriculum che non ha alcun interesse. Mi chiedo come sia possibile, dopo tutti gli invii, i contatti, le ricerche, che qualcuno non abbia visto il mio listino e abbia anche solo pensato: «Toh, ma sai che ci serve proprio uno che abbia studiato questo, e che abbia fatto questo?». Così mi ritrovo a pensare di tornare al duemileddue, all'uscita dall'orale di maturità, e decidere altro, un altro cammino, qualcosa che col tempo non si rivelasse la via più difficile, qualcosa che segua i gusti e le sovrastrutture di questo mondo di ingegneri che fanno i sociologi dell'ambiente, di avvocati che fanno i sociologi della devianza, di medici che fanno i sociologi della salute, di economisti che fanno i sociologi del lavoro e via dicendo. Che poi, non c'è reciprocità: il sociologo non può fare l'ingegnere o l'architetto, il medico o l'avvocato. Viene da dire: mi rubano il lavoro. Vorrei lavorare in qualcosa che abbia a che fare con quello per cui mi sono martirizzato su righe e righe di pagine e pagine in libri su libri. Non voglio che qualcuno mi dia l'elemosina di un lavoro da commesso - non ho forse il diritto di pretendere? Credo di sì. Ma ho scelto, quell'anno lontano, di essere un professionista la cui professionalità non è riconosciuta, a meno che sia anche un po' conosciuta. O meglio, è riconosciuta solo se si mantiene all'interno di un rispettoso ambito universitario, ossia se regala altri anni della propria giovane vita ad un ciclo di dottorato, tanto per dire. Ma la libertà è anche quella di scegliere di non darsi più allo studio. Ho una laurea specialistica, un master, delle esperienze (formative, quasi lavorative), tutte cose che possono essere valutate. Come mi dovrei comportare di fronte ad un selezionatore di lavoro di agenzia di somministrazione che mi chiede se, nel caso, sarei disponibile per lavoretti saltuari in qualche negozio come addetto alle vendite? Perché sai, attualmente non ci sono offerte. In che campi vorresti lavorare? La progettazione, l'organizzazione, la valutazione, cose che fanno i sociologi. Mi viene detto di provare a contattare le ONLUS, sai mai. Che l'unica cosa è stare tutto il giorno a cercare offerte, contattare, mandare curricula. Grazie. Il lavoro di cercare lavoro vale come stage nell'ambito risorse umane? In quel caso, saremmo una generazione con molta esperienza. I cinque minuti più inutili della mia vita. 

domenica 6 giugno 2010

recensioni 2.0 - esplodere soavemente


Avevo sentito, non so dove, il pezzo Sea Change. Quello che pensai fu: sono ritornati, sono loro, inconfondibili ma non per questo stantii, sono i Turin Brakes, che tornano con Outbursts in questo 2010 che mi vede cacciatore di novità. La sonorità è quella che li ha fatti conoscere, un continuo dondolarsi tra quello che all'inizio del millennio si sarebbe chiamato  new acoustic movement, lo staccare la spina dall'amplificatore e tornare a giri di chitarra e voce, permettendo alla musica di fare il suo lavoro originario: emozionare, banalmente; e la classicità delle corde, omaggi continui a Bob Dylan e Jeff Buckley tanto per dire. Eppure il viaggio procede senza brakes, senza freni, tra esplosioni (outbursts) dolci di suoni e parole, che accompagnano l'ascolto di pezzo in pezzo. Non credevo che li avrei risentiti, eppure, eccoli qui, e dirci che if we don't do it, everybody else will - ricordandomi un più antico everybody else is doing it, so why can't we?


Turin Brakes, Outbursts (2010)

venerdì 4 giugno 2010

niente conta, in fondo - e crolla*

Questo è duro. Ieri cercavo possibilità di impiego, arrivando anche alla categoria concorso pubblico, che sai mai. Bene, cercavano qualcosa come tot esperti di analisi dei sistemi territoriali con conoscenza di sociologia ambientale e del territorio. È quello che ho fatto, mi dico, dai che ci siamo, dovessi pure trasferirmi in Sardegna. Leggo il bando, forte del mio titolo di sociologo della trentina Società Territorio Ambiente. Titoli richiesti: ingegneria, urbanistica, architettura. Punto. Questa non è crisi, è ottusità - pensare che territorio uguale architetto, ingegnere, urbanista, e nient'altro. Soprattutto pensare che per fare delle analisi sociali del territorio non serva qualcuno che ci ha studiato o lavorato apposta per farle. La vera rivoluzione sarà quando cercheranno sociologi per costruire ponti e grattacieli? Io avverto che noi sociologi non sappiamo come si fanno, ponti e grattacieli. 

* Verdena, Luna

martedì 1 giugno 2010

il tempo ritornato

Il tema del ritorno ha a che fare con il tema del tempo, con la questione del senso del tempo per ciascuno. Io sono tornato domenica, e mi sembra di non esserci. O meglio, di non essere ritornato, come se tre mesi in un altrove non siano nemmeno successi. Eppure il tempo dovrebbe succedere. Non sono successi. Ero qui la mattina del 28 febbraio e poi sono uscito di casa e sono rientrato che era il pomeriggio del 30 maggio. Tutto qui. Mi sento davvero come un naufrago di Lost, ho come dei flashback di una vita da un'altra parte, la mia linea temporale è complessa, non riesco a mettere in ordine gli spezzoni. Non so se, oltre a viaggiare nello spazio, ho anche viaggiato nel tempo - in ogni caso, non saprei in che direzione. A Barcellona si fumava ancora nei locali, e da poco si discute di una possibile legge perché si smetta - quindi ero indietro rispetto al tempo di Milano. A Barcellona ci sono i trasporti pubblici notturni, che qui mancano o forse ero solo in un avanti rispetto all'esperienza italiana? 
Il tempo lo fa l'abitudine, quindi credo che un modo per non tornare possa essere: non perdere le abitudini che hai costruito altrove. Quelle buone, mantienile: oggi sono andato a piedi a fare la spesa quotidiana; quelle cattive, riproducile: mangiare in continuazione, pica pica. Non so a cosa sono tornato, ma so che non voglio tornare a Milano, non voglio essere qui come se fosse quel giorno di febbraio in cui ho aperto la porta con una valigia. Quanto ci vuole per ricordarsi di quell'altra vita, affinché influenzi questa?