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giovedì 22 novembre 2012

fra indice e anulare

La notizia del giorno a Milano è che gli automobilisti sono un popolo di repressi sessuali e che le mamme sono inacidite pre-suffragette. Questa della denuncia del maxi poster di Belen in mutande è una notizia che lancia l'allarme su vari aspetti dell'italianità media, quella fra anulare e indice. 

L'indice. Quello delle mamme (mogli), rivolto ai propri mariti ormai succubi e sudditi del voyeurismo da Studio Aperto. All'urlo di "Chi penserà ai bambini?" è evidente la difesa dell'incapacità di educare lo sguardo dei propri figli. E come diceva Shun di Andromeda, «la migliore difesa è l'attacco». Attaccare la moralità irrisoria del mondo della pubblicità e dello sfruttamento dell'immagine in un periodo così vicino alle sante festività invernali. Invocare la pedagogia da strada - letteralmente: il potenziale pedagogico e violento di un cartellone pubblicitario "subìto" dal passante. Tutto in nome di quello sfuggevole concetto di appropriatezza che è impossibile definire. Appropriato significa adatto, azzeccato, pertinente rispetto a determinate esigenze. Una signorina già svestita in altre occasioni, con indosso dell'intimo di marca, situata a un crocevia con la massima visibilità dev'essere apparsa una cosa appropriata agli occhi del committente della pubblicità incriminata. Alle mamme (mogli) che puntano l'indice, invece, è sembrato l'opposto, visto che ci si avvicina alle feste (sic...?). 

L'anulare. Gli automobilisti verrebbero distratti dalla visione. Assistiamo quindi alla manifestazione di un problema del tutto maschile e eterosessuale? Immagino che ci si riferisca al fatto che l'immortalata e mutandata Belen sia considerata l'oggetto del desiderio fantastico di molti ometti sposati alle loro mogli (mamme) inquisitrici. Il presidente del comitato di quartiere si appoggia al potenziale rischio di distrazione degli automobilisti in un incrocio gia pericoloso senza che lo studioapertista di turno (mai sazio di immagini di tette e culi, dopo quelle di cuccioli buffi o eroici) si metta pure a guardare l'intimo di una soubrette. Mi chiedo: se ci fosse stato un Raul Bova? Perché non hanno mai additato il sempiterno cartellone di Beckham/Ronaldo in piazzale Loreto? Mutandati e ricchi di particolari potenzialmente dannosi per la concentrazione di donne (mogli, mamme) al volante e per l'innocente e ingenua integrità delle loro figlie? 

Ricapitoliamo?

I bambini subiscono la visione di immagini pubblicitarie che possono turbare il corretto sviluppo dell'immaginazione e dei valori profondi sulla consapevolezza e sul valore del corpo, il proprio e l'altrui. 
Il livello di attenzione al volante è basso, basta poco - come la pubblicità di biancheria intima (cosa mai vista prima di adesso) - perché l'automobilista perda il controllo della vettura.
Quando si avvicinano le feste natalizie in cui si celebra la venuta di loro signore sarebbe appropriato utilizzare immagini più consone. 

Tra l'indice e l'anulare c'è di mezzo un mare. Di medî. 

giovedì 22 marzo 2012

l'appiattimento dell'orso

La comunità bear, all'interno del mondo gay, è sempre stato il rifugio di chi, non aderendo al canone della macchietta dell'omosessuale maschio, orientato al modello femmineo del magrodefinitoglabropassivo, si riconosceva in un ideale di comportamento in cui la mascolinità - nei suoi tratti socialmente e culturalmente delineati - non veniva negata, bensì messa al primo posto rispetto all'orientamento sessuale, che diveniva così una semplice espressione del desiderio. In particolare, nella comunità ursina il predominio della definizione era fisico e in contrasto con gli stereotipo della bellezza omosessuale: corporatura robusta se non morbida o addirittura sovrappeso; pelo sapientemente antiestetico secondo il canone, compreso quello (strano dirlo adesso) sulla faccia: barba, baffo. In generale un ideale di morbidezza e rilassatezza fisica in contrasto con il rigore dei definiti modelli efebici. Un uomo assolutamente normale, quasi anonimo, e come tale vario. Bearwww.com, uno dei principali luoghi di incontro virtuale per la bear community, offre una descrizione delle diverse tipologie di ursini, anche se su Wikipedia ce n'è una più esauriente. Sovrapponiamole 

Bear/Orso: uomo peloso, dalla corporatura robusta (musclebear se definito e/o palestrato) o corpulento, dall'aspetto mascolino, koala se biondo;
Cub/Cucciolo: orso giovane o dall'aspetto giovanile, (non sempre) meno corpulento di un orso;
Chubby/Orsone: uomo grosso non molto peloso, semplificando "ciccione";
Daddy(bear): orso maturo dall'aspetto rassicurante e paterno, in particolare silver daddy se ha il pelo grigio;
Chaser/Cacciatore: uomo non definibile come orso, ma attratto dalle quattro categorie precedenti, spesso sovrapponibile all'admirer, uomo (grosso o magro) cui piacciono gli uomini pelosi, e all'otter/lontra, uomo molto peloso, in genere con barba e pizzetto, solitamente non sovrappeso.

È indubbio che una tale organizzazione per categorie sia il risultato di un tentativo subculturale di diffondere in ampi strati della popolazione gay di un ideale di bellezza vicino all'uomo della strada, lontano dalla passerella dello stereotipo. 

Nata negli anni '80, la cultura ursina si è quindi diffusa velocemente, dapprima negli Stati Uniti, un decennio dopo dalle nostre parti. 

Ma come tutto quello che prende piede, presto fa moda. Su tutti i visi appaiono perfette sculture di pelo, il capello corto la fa da padrone. Soprattutto, le caratteristiche fisiche si declinano per età. La vecchia guardia mantiene la posizione bear, chubby, daddy, portando con disinvoltura una forma fisica già sedimentata nel tempo; la nuova generazione fa propri alcuni dettami dell'accettazione sociale, orientandosi al modello del musclebear e dando vita a quello che potrei chiamare musclecub; e se l'orso fa tendenza, tutti sono lontre che cacciano gli orsi che ammirano. 

Quello che era la ricchezza della comunità ursina: la varietà e l'accoglienza di ogni negazione del magro depilato muscoloso; la lotta per la morbidezza contro la dura dogmatica dell'estetica contemporanea; tutto questo si appiattisce così su tre, se non addirittura due grandi classi: grassi e magri, accomunati solo dall'amore per la genuinità del pelo. 

Forse il processo naturale di assimilazione di un prodotto culturale: la sua scomparsa, la sua dissoluzione.



venerdì 3 febbraio 2012

fedone moderno


Una inutile precisazione. Sono tre i motivi che mi spingono a chiedere/accettare una friend request su Facebook. 
Innanzitutto, l'amicizia, intesa come sentimento del legame nell'eventualità del progetto; in altre parole, persone che reputo amiche e con cui ho da scambiarmi anche solo un like ogni tanto, ma della cui esistenza per me è importante seguire ogni sviluppo, perché sento che ha a che fare con la mia. Anche via Facebook. La seconda categoria di contatti è quella della vicinanza, della conoscenza generale che può da un momento all'altro generare interessanti scambi, gente da tenersi buona, che male non fa (vecchi compagni di scuola,  il cugino dell'amico del testimone...) Infine la terza categoria, la più interessante nella riflessività delle mie riflessioni allo specchio del blog, quelli che rientrano nella pure e semplice contemplazione del bello, individui con facce che voglio vedere tra le pagine del mio libro, gineprai di curiosità indolente to poke quando capita, scambiarsi due parole e chissà. 
Insomma ci sono quelli sempre, quelli ogni tanto e quelli sai mai. Il tutto nell'incredibile caleidoscopio delle categorie, perché nessuno vieta di passare da un insieme all'altro. E così, la tripartizione è compiuta hegelianamente, Gallia est omnis divisa in partes tres e io ho saziato la mia vanità da scrittore. La mia coscienza contempla beffarda l'autoreferenzialità del tutto. 
 

domenica 6 marzo 2011

non indurre tentazioni, deducile dal male

No, è che sono appena tornato dal matrimonio di un amico di famiglia. Il figlio degli amici di famiglia, in pratica noi eravamo loro dirimpettai di pianerottolo e quindi nel tempo dell'infanzia loro furono seconda famiglia per me. Dicevamo, questo matrimonio. Vorrei fissare su "carta" alcune osservazioni. 
Primo: a quanto pare è l'anno dei viola e dei lilla, per tutti. Secondo: questa moda di scegliere per la cerimonia posti sperduti a cinquanta kilometri da casa, deve finire. (Soprattutto se è un luogo dove è impossibile essere arrivati per caso e "Oh, guarda, che bella chiesa, ci sposiamo qui?") Terzo: questa cosa di scegliere per il momento del cibo posti sperduti nella campagna più fredda, deve finire. ("Ma è un loft" e chi se ne frega?) Quarto: sembra essere ormai molto chic (a radical?) andare a un matrimonio vestiti come se si stesse andando in un qualsiasi altro posto, camicie fuori e stropicciate e felpe con il cappuccio e jeans. (Mi sembra normale mantenere un certo dress-code, non costa nulla.) Quinto: questa cosa di costringere le persone a ballare è peggio di quella volta in cui Marco Carta vinse Sanremo. Potrei andare avanti, ma ho solo voglia di attivare la modalità reset e tornare con la memoria a prima di tutto questo. Sacrifico il ricordo di un'intera giornata per un po' di pace interiore. Sembra poco?  

mercoledì 9 febbraio 2011

sound check

Il primo post dallo smartphone. Certo che è tutta un'altra vita, tutto in altro modo di vivere il rapporto fra tempo e azione. Provo a sposare la nuova prospettiva, occasionalmente.
Già mi chiedo, che effetto ha sulla memoria? Qual è il prezzo della simultaneità? La sincronicità fra pensiero, annotazione mentale e creazione, messa su foglio (o schermo, insomma), che cosa comporta per l'atto creativo? Quand'è che sì può fare a meno della sedimentazione del guizzo a favore dell'istantaneità dell'ispirazione?
Ora me la studio. Le risposte nelle prossime puntate.

lunedì 24 gennaio 2011

che forma hanno le parole nel vuoto?

Io non so se è leccaculaggine, ma mi ritrovo spesso a sentirmi rispondere, alla domanda «Hai incontrato qualcuno di interessante?» (sottinteso: «dopo che io ti ho bellamente scaricato senza dirtelo»), un bel «Sì, ma non come te». Questo fa molto bene alla mia autostima, indubbiamente. Eppure mi fa pensare, tanto da pensare di scriverci sopra un post. Tra l'altro un post in cui non so affatto cosa scrivere. Forse volevo solo semplicemente registrare minuziosamente un fatto, così, carino. Poi penso che quella persona, se è sincera, non dev'essere contenta di sentirmi, sapendo che non ho voluto ricambiare il suo interesse destato dall'interesse che ho in passato destato io stesso. Sogno o son destato? D'altra parte tutto questo rischia di risultare molto vanesio se non addirittura vanitoso, cosa che io mi scopro ogni giorno un po' di più così, vanitoso; o forse solo consapevole, anche se suona scemo se mi riferisco al mio oggi sono bellissimo che ogni tanto mi dico allo specchio. Ma la soddisfazione personale non era un valore da perseguire? O era solo la realizzazione? A me realizza molto, a livello personale, creare un post che parla, esattamente, del nulla

giovedì 13 gennaio 2011

faunomenologia (fenomenologia del fauno)

Ieri mattina ho scelto di camminare, ero troppo in anticipo già alla fermata prima della mia, perché non scendere, passare a cambiare un acquisto e proseguire a piedi nel frizzante e timido soleggiare delle 9 di mattina a Milano? Corso Buenos Aires, da Lima a Loreto, un mercoledì mattina - io odio i mercoledì, ma non decido io che giorno è ogni giorno. Non ancora, almeno. Gente che riempie le strade, negozi ancora vuoti, ma già aperti, bar che sfornano e tacchetti e carri armati sul cemento, scarico di fumi (marmitte o sigarette, non differisce). E camminare, gli auricolari on. Ieri sera, dopo una giornata estenuante, la musica ha accompagnato anche l'interminabile spazio dalla metrò a casa mia. E stamattina, la cosa si è ripetuta - la cosa degli auricolari, intendo. Quindi perché non proporre qualche bel pezzo di un'ipotetica Walking Playlist?

The XX -  Crystalised; (soprattutto nel passaggio dalla metropolitana alla superficie)
Nick Cave feat. Enya -  The Reaper (Don't Fear); (prima del caffé)
The Ting Tings - Shut Up And Let Me Go; (un buon passo)
Editors - Papillon; (se volete accelerare il passo)
Mini K Bros -  Delicatamente; (dopo il caffé)
The Shins -  Split Needles; (lasciarsi guidare da picchi di stridente purezza)

Seguiranno aggiornamenti.

lunedì 10 gennaio 2011

Valenzetti

Sono capitato su un sito di oroscopi che ti fa anche la numerologia. Io ero rimasto a quel giochetto che contavi le lettere in comune con il nome del tipo che ti piaceva e anche quelle sole, e poi sommavi il numero finché non arrivavi a una cifra tra 0 e 100 e quella era la percentuale di affinità. Cose da scuola elementare. Mi pare che la numerologia sia altro e allora perché non provare e vedere un po' cosa dice?



Questo il responso: il mio numero del destino è il 7, che vuol dire che il mio destino è quello di cercare e presumibilmente trovare le verità universali e perseguire la conoscenza interiore. Un saggio per sempre. Il 7 è anche il mio numero dell'apparenza, che indica come appaio agli altri, ossia un tipo intelligente, perspicace e introspettivo che ci tiene alla sua privacy e per questo appare introverso; indica inoltre la mia quintessenza che ha sempre a che fare con la ricerca della verità e in nome di questo percorso mi porta a prendere strade divergenti rispetto a quelle degli altri, le vie più battute non fanno per me; ma il 7 è anche la mia sfida del ciclo 37-46, anni in cui affronterò un qualche isolamento che mi porterà a confrontarmi con il mio essere introspettivo e a fare finalmente ordine fra realtà e fantasia. Inquietante, no? 
Un bel 9 è il mio numero dell'espressione, che descrive il mio principale anelito di vita, letteralmente imparare ad amare tutta l'umanità senza eccezioni. Un bomba d'amore universale a orologeria. La mia anima è invece rappresentata dal numero 11, che mi porta a evitare i conflitti e a essere messaggero di pace, come dire che ho l'anima del mediatore e del giudice di pace. 
Passando alle altre sfide: la prima sfida, affrontata nel periodo fino ai 28 anni (e quindi ci siamo, è l'ultimo anno!), mi ha visto fronteggiare un bel 2, ovvero il bilanciamento dei miei bisogni con quelli degli altri e la ricerca dell'armonia attraverso una gestione oculata dei conflitti. Tra i 29 e i 36, la seconda sfida sarà un bello 0: avrò piena libertà di scelta, in particolare sarà tutta mia la scelta di fronteggiare o meno le sfide dall'1 al 9; ma da grandi poteri derivano grandi responsabilità e se da un lato sono libero di vivere la mia vita attraverso le scelte che farò, dall'altro la libertà di non accogliere le sfide che mi si presenteranno davanti potrebbe avere delle conseguenze su un piano molto più alto. Perché io cerco la verità e sono messaggero di pace. Vi ho già detto che la terza sfida, anni 37-46, è il caro vecchio (vedi sopra). E l'ultima sfida, fino alla fine, sarà di nuovo il 2. Insomma, una vita adulta molto piena, ma ritirata. Bene, un eremita sarebbe più felice. 
Altri numeri mi dicono come si svilupperà il mio ciclo della realizzazione, suddiviso in 4 fasi. Nella prima fase, che termina fra qualche giorno con la fine dei miei 27 anni, il 4 ha guidato la costruzione delle fondamenta. Punto. La seconda fase, fino ai 36, dominata dal 6, mi vedrà impegnato nella costruzione di una qualche vita "familiare" e nell'apertura verso gli altri, tutto sommato in linea di utilità con la seconda sfida, quella della massima libertà: avrò carta bianca sulla mia vita, bello. Credo. Fino ai 44, la terza fase sarà quella dell'1, ossia dell'affermazione individuale, che si ritrova anche nella quarta fase, in cui il 4 della costruzione di casa, famiglia, carriera si protrarrà fino alla fine dei miei giorni. 
Questo il prospetto generale, della vita. Che sembra già realizzarsi da questo 2011: il mio numero dell'anno è infatti l'8, numero dell'affermazione in ogni campo. 
Spacchiamoli, numericamente, sti culi.

sabato 10 luglio 2010

la proprietà commutativa della ricerca


C'è tutta una retorica del chi cerca, trova, che ispira ideali di tenacia, perseveranza, fedeltà a se stessi, e via dicendo. C'è poi tutta una retorica del lo trovi, quando meno lo cerchi, che appoggia ideali di pazienza, resistenza, fiducia e fede nell'avvenire e via dicendo di nuovo. 

Sono retoriche ad hoc che si applicano a differenti oggetti della ricerca, solitamente. La prima, la retorica della ricerca, si applica alla caccia al tesoro, premo per un atteggiamento di degna imposizione di se stessi al mondo; la seconda, retorica dell'attesa, si applica alla manna dal cielo come premio per una vita serena di placido scorrere del tempo.
Io ho l'impressione che chi cerca, non trova, e chi non cerca, non trova.  
Quindi? 

venerdì 25 giugno 2010

slow h

L'Italia è uscita dal mondiale, gli allenamenti presso la parrocchia Santi Cazzi non hanno sortito l'effetto previsto. Probabilmente la strategia "Buttala fuori! Buttala fuori!" non è più vincente, se mai lo è stata dopo l'adolescenza da ora di ginnastica - lì, almeno, si faceva per perdere tempo e affaticarsi il meno possibile. Quindi l'Italia è uscita dal mondiale, è fuori dal mondo - sai che novità. D'altra parte non biasimo nessuno, nessuno ce li voleva a questo mondiale, a questo mondo, ora che ci riavviciniamo ai Comuni e alle Signorie. Ho già visto rimontare il vecchio palo dell'inquisizione in quella che diverrà Piazza Torquemada, che ora che so lo spagnolo, so che può benissimo essere reso con "torre bruciata". Ah, la storia è ironia. Quindi la Slovacchia avrà tracotato nell'aver spulciato dalla qualificazione gli ultimi campioni di calcetto sulle grandi distanze. Certo quegli orientali sono così giovani, così veloci, così freschi e sembrano tutti più o meno attori porno gay, quei ragazzetti dal pube depilato che due sguardi e si amano - fra di loro, nella sceneggiatura. Chissà dopo, nello spogliatoio. Avranno, comunque, festeggiato. Quello che spero, allora, è che sia un mondiale delle squadre che non ti aspetteresti al mondiale. Così, per essere un po' snob. Ma mai tiferò la Isvizzera, soprattutto dopo aver sentito che un deputato elvetico vuole annettere Como. Tse, ma il fatto di essere nel 2010 non significa niente per molti, vero? 

martedì 22 giugno 2010

il teorema del fesso

Non ci sono solo il dito e la luna. Tra il dito e la luna ci sono 384400 km, non esattamente bazzecole. Insomma, tra il dito e la luna io non scelgo né il dito, né la luna - scelgo lo spazio di possibilità che si situa fra i due eventi, l'evento dito e l'evento luna. Dato che non mi è concessa la possibilità di guardare entrambi, non ne guardo nessuno. Anche se comunque preferirei il dito, ché non sai mai che persona ci puoi trovare attaccata. 

giovedì 17 giugno 2010

scintillami sto cammello

È stato più un rituale simbolico di riconferma del legame comunitario, che una vera e propria volontà di agire in questo modo, però il risultato è che ho visto Sex and the City 2
Recensione in sintesi: no no no. Un po' più discorsivo: a me stavano più simpatiche quando scintillavano meno. Nemmeno a parlare della serie, in cui quattro ragazze in fondo rispettabilmente sfigate, seppure intrallazzate con l'upper class world newyorkese, se la vedevano con la sopravvivenza nella giungla metropolitana, chi single, chi con una vocazione familiare o lavorativa, chi un po' zoccola ma simpatica. Poi è arrivato il film in cui, va bene, una di loro, ovvero la donna che rappresentava la singleness di fondo, cambia status e si sposa. Ci sta, ha a che fare con la vita, lei evolve e via dicendo tutte le altre, la carriera, la famiglia e insomma sono tutte un po' meno sfigate, ma ancora ci stanno simpatiche, conservano un nonsoché da donna della strada. Ora tutto incomincia con un matrimonio, quello dell'amico gay di lei con l'amico gay dell'altra: una pacchianata colossale, con tanto di Liza Minnelli che si improvvisa Beyoncé in una skatch che di friendly non ha nulla, nemmeno il glitter - che tra l'altro invade ogni cosa dall'inizio alla fine. Passa il matrimonio, che logicamente mette tutte le relazioni un po' sotto i riflettori, vuoi per il confronto o vuoi perché queste signorine un po' si annoiano a essere tanto glam senza poter essere più quelle divertenti incapaci della vita come le avevamo conosciute. E niente, Charlotte è in crisi perché - oibò - due figlie e - ma dai? - che difficile essere madre. La Samantha è stata resa una volgare donnona in menopausa, che chissà perché basta che guarda uno, e guarda caso è uno stragnocco, e cinque minuti dopo se lo sta bombando con massimo gaudio. E via così per tutto il film, con i soliti bellissimi corpi (e nient'altro), riprese di culi e addominali che ci puoi friggere un uovo e fai una cialda, e robe così tutte per lei la bionda. Logicamente la fa da padrona la scrittrice che va in paranoja per ogni piccola cosa fuori posto nella sua idea di come debba essere stare sposata con (il maledetto da me sempre odiato) Mr Big: e se lui ordina la cena a domicilio, che vecchia coppietta sposata, e se lui guarda la tv sul divano, che vecchia coppietta sposata, e non usciamo mai, e via dicendo fino a Ci serve lo scintillio. Al che lui gli risponderebbe volentieri: scintillami sto... E io sono d'accordo. Poi vanno ad Abu Dabi, e sono inopportune come può esserlo il glitter everywhere. Io non riesco a trovare nessun significato recondito, nessuna analisi, nessun messaggio nella storia di quattro donnine della classe medio alta che sembrano vuote come un armadio ikea da montare, e che se non parlano di fashion parlano di cazzi o di crisi con i rispettivi mariti e o compagni. E basta. Accozzaglie scintillanti su questi canali.

lunedì 14 giugno 2010

nazionalismo

Questa sera esordio della nazionale. Il termine nazionale è qualcosa di importante. Come dice lo spot dei mondiali in Spagna, un mondiale non lo vincono in undici, lo vincono [inserire ammontare della popolazione di riferimento], perché più che una squadra, siamo una nazione e bla bla bla. Efficace - ma io non ho nemmeno una bandierina italiana, l'unico tricolore è una fascetta che fa da cordino per una medaglia, un bronzo?, conquistato al torneo di pallavolo liceale nel novantanove. Comunque ci accingiamo a riunirci di fronte allo schermo indossando qualcosa di azzurro o abbinamenti da bandiera. Io opto per la prima opzione, mi dona di più l'azzurro che il verde o il bianco, per non parlare del rosso. D'altra parte è solo un'altra occasione di ritrovarsi. Berremo birra italiana e mangeremo pizza. Saremo italiani, per qualche giorno. Per qualche ora. Benedetto il mondiale. 

venerdì 11 giugno 2010

e vabbé

Non so perché, ma se mi si dice iniziano i mondiali mi sembra qualcosa di abbastanza figo, ma se sento che inizia il campionato del mondo, mi figuro un duello a quidditch o qualcosa di medievale e assolutamente inopportuno. E vabbé. Waka waka.

venerdì 4 giugno 2010

niente conta, in fondo - e crolla*

Questo è duro. Ieri cercavo possibilità di impiego, arrivando anche alla categoria concorso pubblico, che sai mai. Bene, cercavano qualcosa come tot esperti di analisi dei sistemi territoriali con conoscenza di sociologia ambientale e del territorio. È quello che ho fatto, mi dico, dai che ci siamo, dovessi pure trasferirmi in Sardegna. Leggo il bando, forte del mio titolo di sociologo della trentina Società Territorio Ambiente. Titoli richiesti: ingegneria, urbanistica, architettura. Punto. Questa non è crisi, è ottusità - pensare che territorio uguale architetto, ingegnere, urbanista, e nient'altro. Soprattutto pensare che per fare delle analisi sociali del territorio non serva qualcuno che ci ha studiato o lavorato apposta per farle. La vera rivoluzione sarà quando cercheranno sociologi per costruire ponti e grattacieli? Io avverto che noi sociologi non sappiamo come si fanno, ponti e grattacieli. 

* Verdena, Luna

venerdì 23 aprile 2010

non c'è drago senza spine

Oggi no. Pensavo di essere sopravvissuto con eleganza al sanvalentino di quest'anno - non faccio un sanvalentino in coppia dal lontano novantasette. Qui sanvalentino è oggi ventitredaprile, solo che si chiama san jordi, che altro non è che il san giorgio che uccise o addomesticò il drago e via dicendo. La tradizione è molto carina, ha mantenuto un che di non-commerciale, non c'entrano cose tipo baciperugina, qui i ragazzi regalano una rosa alle ragazze, e le ragazze ricambiano con un libro. Logicamente i ruoli di genere sono scomparsi, e l'importante rimane che ad una rosa corrisponda un libro. Così la città è disseminata, a distanza non superiori a dieci dei miei passi, di banchetti di rose. E tutti lì a fornirsene, avendo qualcuno a cui regalare. Peggio di sanvalentino, che almeno se giri per strada non ti imbatti in banchetti di baciperugina, e sai che la sera sarà colma di coppiette e sai come evitarli. Complice il fatto che avvenga in primavera piena, o che comunque qui si vive por la calle, moltissimo, sei circondato, senza che tu vada in centro (dove le Ramblas saranno rose e libri a profusione ovunque), anche nel tuo barrio periferico l'amore romantico delle rose trionfa colorando di rosso tutto il colorabile. Bene. Peccato non potersi chiudere in casa. Vi immaginate oggi i venditori di rose ambulanti? Tipo il cavaliere d'oro dei Pesci che lancia la rosa bianca che it si impianta nel petto e diventa rossa del tuo sangue. Poi muori. Io mi faccio una pizza assurda.

martedì 20 aprile 2010

divertirsi con poco

Nel mio Google Reader, che comunque resta una delle invenzioni gugoliane migliori, ci sono tra le iscrizioni dei siti o blog o no-so-che di, diciamo, queer culture. Dal serio al faceto, dalla notizia all'intrattenimento. Insomma, rimanere informati. Eppure... Eppure c'è qualcosa che non va, mi pare che ci sia qualcosa che non funziona, che mi dà fastidio nel sottobosco del cervello. Per esempio quando escono thread del tipo: Uno dei Boyzone nudo nell'ultimo video. A parte il fatto che il più delle volte "nudo" si scopre che corrisponde a "in mutande", e sai che nudità, su venti aggiornamenti quindici sono Il tizio del Grande Fratello in mutande o Le protuberanze del Tal Calciatore. Non so, c'è qualcosa di morboso e di tremendamente effimero in tutto questo, in tutto questo rincorrere... Come se, solo per il fatto di essere gay, dovesse interessarci ogni minuscolo pezzo d'uomo che si intravede in qualche canale della comunicazione, come se fossimo lì a fare continuamente oddio, guarda lì, il tizio di quella cosa sta in mutande - oh, gli si vede il pacco a quel calciatore, che figo - e via dicendo. A me, questo, non so perché, ma dopo un po'...

giovedì 28 gennaio 2010

my family's role in the world revolution*

Io ho bisogno di una rivoluzione. Una rivoluzione del pensiero, che scenda in piazza in silenzio. Che cambi la mente. Da lì parte tutto. Per iniziarla, ho bisogno di un esilio, di una latitanza. La lotta ha diverse fasi: la creazione di un codice comprensibile solo a chi ne fa parte, la guerriglia, la latitanza e la prigionia. Il codice ce l'ho. La guerriglia è quotidiana, si chiama militanza. È ora di andarsene, di scomparire. E da lontano osservare, imparare, crescere, organizzare, per poi tornare. Alla rivoluzione.

*canzone dei Beirut, da 'Lon Gisland', 2007

mercoledì 2 dicembre 2009

i fantasmi

Io mi diverto a chiacchierare virtualmente, anche solo per cazzeggio. Anzi, il più delle volte è per cazzeggio, al massimo scremo a monte (courtesy of AdP) scrivendo nella frase di accompagnamento al mio nick: "chi si fa due chiacchiere?" I risultati tendono a 0, ma almeno a 0+.
Mi diverto a volte anche a passare il tempo provocando i bassi istinti. Va da sé che questa strategia produce maggiori possibilità di interloquire. L'ultima volta ho colto io la provocazione di un uomo maturo che voleva divertirsi in cam. Premesso che se lo facessi, lo farei solo per tenere vivo qualcosa di distante, abbiamo iniziato a chattare. Bene, scambio contatto messengeristico e via di dialogo. Il dialogo è carino, e devo ammettere anche intrigante. Si pensa di incontrarsi per un caffé, fare due chiacchiere, perché no?
Finché ieri... "Allora a Trento hai un sacco di amiche, vero?" E ancor prima della mia risposta dice "***, ad esempio, o sbaglio?" E il nome era giusto. Al che io chiedo: "Ma ci conosciamo?".

"Sì, caro."

Da quel momento la nostra interazione si è gelata. Non riesco a ricordare nessuno che si chiami in quel modo che abiti in quel posto che abbia quell'età. E che possa conoscere i miei amici. Continuo a chiedere, continuo a non ricevere nessuna segnalazione. Solo dei laconici "Okk", con due cappa.

I fantasmi, allora, esistono.

tatì

Il peramale è un cocktail tatiano senza storia, un miscuglio di vodke lisce e fruttate e succhi di frutta che ti arriva a fine serata, e ti stordisce, ma non ti impedisce di scrivere un post sul tuo blog in prima persona, dopo che hai passato il dopocena di una cena a base di pizze fatte in casa con una combricola che speri diventi abitudinaria fatta di tre come te e una siddetta frociara. Passata in un posto dove l'unica attrattiva, per altro meritevole, è il cavalier servente bassetto ma con un'aria da sbadabam-pem-pem, che una notte ce la passeresti volentieri, anche solo una volta, soprattutto se giri senza mutande perché ne hai poche pulite in valigia e aspetti che quelle lavate a scrocco dall'amica si asciughino, in questo periodo che le tue All Star di pelle nera puzzano come non mai, e forse è ora di comprarsi delle vere scarpe che facciano fronte all'inverno valligiano e dovresti pure tagliarti i capelli ma non sai come, perché hai paura di apparire più brutto di quanto non pensi già di essere, e scrivi tutto questo in un blog con la testa che ti gira e lo schermo che sfarfalla.