C'è qualcosa che sa di mezza redenzione, in questo ricominciare da capo.
Come fosse il premio della mia pulizia, l'attestato di riabilitazione.
L'ultima prova è capire se quello che ti piace è l'entusiasmo dell'inesperienza. O l'inesperto.
Sei così fragile che basterebbe un sussurro per distruggere la tua integra innocenza.
La tua mano.
Visualizzazione post con etichetta teleintimismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta teleintimismo. Mostra tutti i post
martedì 15 maggio 2012
domenica 1 aprile 2012
disintossicazione di un automa_settimana#4
Sai, se una ragazza si avvicina a un ragazzo e gli chiede una sigaretta, per quanto quella ragazza possa piacere a quel ragazzo - e per quanto condividano una preferenza sessuale - lui le dà la sigaretta e la cosa finisce lì, non è che lui si sente in dovere di provarci né il fatto che lei non ci abbia provato, riconoscendo in lui un generico eterosessuale del sesso opposto, viene visto come un'occasione persa. Invece sembra che voi gay dobbiate sempre provarci. Quello si è avvicinato a te e ti ha chiesto una sigaretta - ed era palesemente gay - e tu gli hai dato una sigaretta, l'accendino e che tu non abbia fatto la battutina «vuoi anche il mio numero di telefono», che ci aspettavamo, beh, è stato bello. È stato bello vederti "umano".
Riappropriarsi dei propri desideri, senza che siano loro ad appropriarsi di te. Ridisegnare i contesti, dare il giusto peso alle situazioni. Non vedere nel ce l'hai una sigaretta detto da un bel ragazzo un pretesto per il flirt. Siamo persone, non prede né occasioni svendute.
mercoledì 21 marzo 2012
#
mi bruciano le labbra, sarà
il sale, sarà il limone sopra
questa carne cruda che sa
di gomma, che rimbalza
sulla pelle ogni caduta
di stile o forse è solo sporca
questa superficie della vita
giovedì 15 marzo 2012
disintossicazione di un automa_giorno#11
L'unica prigione è quella in cui si vuole far finta di non vedere il buco nel muro.
Forse dovrei addirittura ringraziarlo. Dirgli grazie per esserti fermato, per avermi fermato. Sono passati così pochi giorni e già la tentazione di cedere - la metto giù troppo dura? Provo solo a dare un nome sonoro al ticchettio della tastiera. È stato troppo facile pensare di farcela, lui era così entusiasta di conoscermi, che il mio ego destrutturato ha sposato senza ma e senza se quello che sembrava il coniuge perfetto: un ragazzo solo in cerca di amici che confonde l'amicizia con i dolci morsi sul corpo. Mi ecciti, diceva. Pane per i miei denti stanchi della dieta. (E mi sono messo a dieta, un modo come un altro di tenere il controllo sulla materia nel tempo nemico dei buoni propositi). Ho frenato, ho fatto il gelo, ma lui scaldava. Non che mi piacesse, ma c'era (è questo il sufficiente). Se vuoi farti degli amici, non è così che si fa, pensavo di dirgli e forse gli ho detto. Ma lui.
È in quell'istante che esci da te stesso e non sei più niente di più di quello che pensi di dover fare. Cogliere la provocazione (usare queste parole per giustificare un momento di debolezza). Eccomi, l'animale l'automa il messia del piacere dentro a un fazzoletto, fare il mio dovere di essere desiderante, trascinare l'altro come fossi una mantide - se affondo io, affonderai anche tu, toccare il fondale di questo mare notturno è troppa evidenza per farlo da solo; io ti rovinerò, per te non sarò che l'ennesimo che ha voluto concludere e che poi, che poi, che poi spariscono, dice. Non mi interessano le sue paranoie, le combatto con l'arma più potente, il calibrato lavoro del piacere semplice. Ma il traguardo mi è negato, dieci ore in magazzino sono stanco e poi non è giusto (io penso, lui dice o penso abbia detto, io ho pensato di sicuro). Hai superato la prova (tu? io?).
Mi sono messo alla prova. Una mezza vittoria, forse. Hai superato la prova, dico. Nemmeno io volevo. Ora forse possiamo continuare a vederci, essere amici, andare fuori a bere, fare quelle cose di cui hai bisogno per non sentirti solo. Perché io mi sono visto in te, nella lotta che il tuo corpo ha ingaggiato per convincere il mio, voglio solo stare così, starei così ore; l'ignoranza beata del puro d'istinto.
Disintossicarsi è anche reprimere, anzi no, è solo disciplina di sé.
sabato 10 marzo 2012
disintossicazione di un automa_settimana#1
Arriva il momento in cui non ne trai più vero piacere; quello è il momento dell'automatismo. Assumi grandi quantità di sostanza perché l'effetto immediato è quello di aumentare la stima che tu hai di te stesso, pensando che il solo fatto di essere al centro di quella situazione significhi che sei una persona all'altezza di quella situazione. Ti senti più bello, più desiderato e desiderabile. Non ha più importanza da che parte arrivi quell'attenzione, chi sia il portatore della dose vuoi solo assumerla. Iniettare nella giornata un palliativo. È così che il sesso diventa droga e dipendenza. Magari stai frequentando qualcuno, ma non riesci a liberarti di quel bisogno che tutto sia consumato subito e ti tieni buono quello, mentre vai con l'altro, gli altri. Non c'è più conquista, solo una vittoria a tavolino. Lo sai già, lo sai sempre, anche se reciti la parte dell'appuntamento che mica è detto che. Diventi una persona orribile.
Settimana 1
È una settimana che cerco di trattenermi, che rifiuto inviti semplici. C'è qualcosa che devo riconquistare, il gusto del cammino, della conquista. La tentazione di placare le mie insicurezze un orgasmo dopo l'altro è sempre forte, non mancano le occasioni - in questo stadio dire di sì è più semplice di respirare. Ho incominciato la disintossicazione ed è difficile. L'astinenza, che ha sempre quel sapore catto-ascetico che dà fastidio, ma si tratta solo di astenersi dagli incauti acquisti.
L'insicurezza del mio corpo fisico ha raggiunto livelli storici di problematicità. Tutto il resto giace in un involucro di repressione. Mi vedo molle, senza senso, per troppo tempo mi sono nutrito di facili attenzioni da letto e ora il digiuno mi fa venire i crampi. Ma il traguardo è importante, voglio tornare a camminare, uscire senza sapere come finirà la serata, coltivare il seme del desiderio, preparare il momento.
Per ora relego i flirt allo spazio virtuale. Lì posso tenere sotto controllo eventuali crisi d'astinenza. E ogni tanto chiedo se magari, invece, una birra e due chiacchiere, allora vedo che come me ce ne sono ancora tanti, che collezionano indirizzi e indicazioni per i citofoni.
giovedì 23 febbraio 2012
maya
e pensare che un anno fa stavo per cominciare a cercare casa con l'amica A. Ora l'amica A. andrà a vivere con il suo ragazzo e ha già iniziato il transfert di sé all'Altrove. E conoscevo chi mi avrebbe detto, di lì a pochi giorni, il ti amo più breve della storia del Romanticismo, consumato in poche giornate preprimaverili. Così iniziava forse la vita dell'adulto, pregustando lo scenario possibile di un futuro che già non mi somiglia più. Come mi hanno sussurrato all'orecchio stamattina: «Io che credevo di trovarmi nella giusta direzione, racchiudo tutte le patologie di una generazione». Forse non siamo soltanto la generazione del crollo dei muri, siamo anche la generazione della fine del mondo da un momento all'altro. Si facevano progetti, dodici mesi fa, si creavano mondi che nemmeno la macchina infernale di Fringe. Ciascun mondo destinato alla sua data maya. Che senso ha la battaglia? E comunque posi l'ascia a primavera.
venerdì 3 febbraio 2012
fedone moderno
Una inutile precisazione. Sono tre i motivi che mi spingono a chiedere/accettare una friend request su Facebook.
Innanzitutto, l'amicizia, intesa come sentimento del legame nell'eventualità del progetto; in altre parole, persone che reputo amiche e con cui ho da scambiarmi anche solo un like ogni tanto, ma della cui esistenza per me è importante seguire ogni sviluppo, perché sento che ha a che fare con la mia. Anche via Facebook. La seconda categoria di contatti è quella della vicinanza, della conoscenza generale che può da un momento all'altro generare interessanti scambi, gente da tenersi buona, che male non fa (vecchi compagni di scuola, il cugino dell'amico del testimone...) Infine la terza categoria, la più interessante nella riflessività delle mie riflessioni allo specchio del blog, quelli che rientrano nella pure e semplice contemplazione del bello, individui con facce che voglio vedere tra le pagine del mio libro, gineprai di curiosità indolente to poke quando capita, scambiarsi due parole e chissà.
Insomma ci sono quelli sempre, quelli ogni tanto e quelli sai mai. Il tutto nell'incredibile caleidoscopio delle categorie, perché nessuno vieta di passare da un insieme all'altro. E così, la tripartizione è compiuta hegelianamente, Gallia est omnis divisa in partes tres e io ho saziato la mia vanità da scrittore. La mia coscienza contempla beffarda l'autoreferenzialità del tutto.
martedì 24 gennaio 2012
mash up : alberi
Dio solo sa se questa città ha alberi. Nel caso, noi ci saliremo e sputeremo in testa a chi si avvicinerà.
Chissà che fine farà, la nostra città; non torneremo più.
Credits:
Verdena, Caños, Requiem, 2007
Ministri, Gli alberi, Fuori, 2010
mercoledì 21 dicembre 2011
come procede
Mi mantengo su un rate Kbps contenuto per non intasare la rete. Ancora non mi affido alla fibra ottica perché voglio mantenere il pieno controllo sulla trasmissione dei dati a pacchetto. Dal punto di vista elettrico, faccio la giusta (per me) resistenza.
martedì 3 maggio 2011
lose/lose
Pezzo dopo pezzo, lui continua la rimozione. Mi rimuove dai contatti qui, lì, da quell'altra parte, blocca, elimina. Come se fosse una punizione. Come se avessi sbagliato qualcosa e meritassi questa punizione: la mia pena è perdere ogni modo di contattarlo. Infantile, lo è. Crudele, come sa essere crudele un bambino. Tutto troppo simile alla cattiva storia, quella degli scarafaggi e del silenzio, della violenza. Mi chiedo perché succeda sempre così. Perché coloro che intendono chiudere con me non sappiano far altro che togliermi la parola. Che poi è sfuggire al confronto. Come chi sa di avere torto. Come chi sa che io ho ragione?
L'unico esito è la scomparsa. Quella volta, abbandonai io il campo. Questa volta, è l'altro che si allontana, recide di sua volontà i suoi legami con me, o perlomeno la possibilità di me.
Però, alla fine, si perde. Si perde tutti.
sabato 30 aprile 2011
davvero davvero
Era la fine dell'inverno, per tutti la primavera inizia ai primi di marzo, anche quando la pioggia e il freddo ci legano ai mesi del freddo profondo. Ma c'era un po' di primavera, comunque, come nell'aria. Non si capisce, te la senti, non si sa, succede.
Quando lo incontrai, non faceva molto freddo, nelle rispettive giacche. Si stava bene, protetti dalle facciate dei palazzi. Andammo a bere una birra, e con una intendo una, ché la condividemmo, in un piccolo posto, molto intimo. Noi due al tavolo, qualcun altro al bancone, i genius loci. Parlammo. Quell'incontro arrivava dopo un po' di chiacchiere la sera precedente, in chat. Mi contattò, gli risposi, ci scambiammo un contatto più fluido, finimmo a vederci, una webcam e due stanze si uniscono in un unico locale. Non si capisce, non si sa, succede. Ci si trova, si parla, ride, si va, ci si incontra.
E si era seduti a un piccolo tavolo, un bicchiere di birra e quattro mani che si sfioravano, i volti che si avvicinavano. Ci baciammo poco dopo. Iniziò così, una birra in due. Ci spostammo verso il vino, e bevemmo vino, senza smettere di baciarci, di toccarci, di mapparci. Parlare. La bocca può fare molte cose, contemporaneamente. Assiduamente.
Avevo paura, era troppo bello e non sentivo nessuna forzatura, sembrava tutto così naturale. Succede.
Avevo paura anche quando ci trovammo a casa sua, ma bastarono pochi minuti perché mi rendessi conto che non c'era niente di più naturale, di più tranquillo e di più, forse, giusto. Arrivò il suo coinquilino e non fu nulla di inopportuno. Era solo vita, quotidiana e semplice. Poi la porta si chiuse, o si spense solo la luce, questo non lo ricordo, ricordo solo gli abbracci. E «resta a dormire», un invito. Non era ancora il momento, volevo che le cose andassero diversamente, era successo troppe volte, il giorno dopo se ne erano sempre andati. Io me ne sarei andato? Tornai a casa, tardi.
Un paio di giorni dopo, successe di nuovo. Uscimmo e poi ci ritrovammo sul suo letto. «Resta a dormire», di nuovo. Quanto mi costò declinare, ma c'era qualcosa che non mi permetteva di accettare. Per questo il giorno dopo dissi ai miei genitori dove ero stato quelle sere, il perché di quelle ore piccole. Finì lì, non ci fu niente di speciale. La sera stessa uscimmo con i suoi amici, divenni il suo ragazzo; non sentii nessuna forzatura, nessun "è troppo presto, è troppo presto". Non si capisce, ma succede. Stavamo bene, punto.
Quella notte dormii da lui, per la prima volta. Ci spogliammo e cademmo abbracciati. Io non avevo mai dormito... io non ero mai riuscito a dormire tutta la notte abbracciato a qualcuno, ho sempre difeso il mio spazio, il mio calore, me stesso, forse solo la mia comodità. Ci svegliammo così, abbracciati, ed era domenica. Poi ci fu un'altra settimana, il tempo insieme. Le mutande di ricambio, la cena. Stavamo bene, punto. Non si sa come, ma succede. Questo basta.
Tornava piano il sole, quei giorni. Si avvicinava l'equinozio. O il solstizio, non ho mai capito, so solo che succede ogni tanto, ogni tot. Tornava il sabato, lo passammo insieme, il pomeriggio. «Ti amo», disse, «Ti amo veramente», ripeté guardandomi negli occhi.
I piani di un'uscita svanirono sotto la grandine improvvisa. Malumore, capita. A lui piace il sole, questa è una cosa che ho saputo, che conosco. Rimanemmo a casa a farci compagnia, bastavano le nostre reciproche presenze. A lui questo piace, basta. Anche a me, ma non sono riuscito a farglielo sapere. Capire?
Forse volevo farlo uscire, portarlo fuori, farlo più felice, fargli conoscere le cose di me. Non ne aveva bisogno quanto me. Ma ne avevo bisogno per lui, non per me. Questo non successe.
- Buio -
«Forse è meglio se non ci vediamo per qualche giorno».
«Non mi perdi, deve passarmi da solo».
Provai a cercarlo, si negò per due settimane, a parte un breve incontro in cui pensai di perderlo.
«Non mi perdi, deve solo passarmi».
Rispettai le sue richieste, mi pesava ma rimasi ad attendere, dimostrandogli la mia presenza. Non mi avrebbe perso, non mi sarei perso.
Provai a cercarlo, si negò ancora. Le nostre presenze erano chiare, eravamo nello stesso luogo nello stesso momento, connessi solo da un debole segnale di rete. Ma non lo cercai più, lui non cercò mai me.
Gli scrissi le ultime parole, perché volevo farlo. Forse perché lo vidi dove ci eravamo incontrati. Prima della birra. Prima della webcam.
Gli scrissi le ultime parole, perché non ne avevo altre. Erano domande.
- Buio -
Passarono settimane, nessuna risposta. E lo vedevo in giro per la rete. E mi vedeva. Mi vedeva?
- Buio -
Mi misi a riascoltare quella canzone, Talk To Me, adoro quella canzone. Me la inviò, tre settimane dopo le mie ultime parole. Non capii, non trovai nessun senso. Pensai al titolo. Pensai volesse che gli parlassi. Pensai al testo, perché non mi parli? Mi chiesi cosa volesse dire. Che cosa volesse. Voleva che gli parlassi? Voleva parlarmi? Qualunque cosa volesse dire, gli rimandai il suo stesso messaggio: erano esattamente le domande o i desideri che io rivolgevo a lui, che avevo rivolto a lui in quel tempo.
Pensai che forse era pronto, di nuovo.
Provai a chiamarlo. Suonava libero.
- Buio -
Non rispose.
- Buio -
Non richiamò.
- Buio -
Non si capisce.
Non ho più parole per provare a capire. Quanto spazio c'è per l'orgoglio?
Pensavo fosse pronto. Pensavo di essere pronto. Ero pronto.
Non si capisce.
Non si capisce.
- Buio -
«Talk to me sticazzi. Ma io, secondo te, cos'altro dovrei dirti? Se vuoi parlare, di modi ne hai.
Io problemi non ne ho. Sei tu quello che non risponde. E ti ho già scritto troppo.» Gli scrissi.
Non rispose.
Mi tolse dal suo mondo virtuale. L'unica cosa che riuscì a fare, rimuovi dagli amici.
Che smacco, davvero.
Davvero davvero.
- Fine -
giovedì 21 aprile 2011
venerdì 8 aprile 2011
bisogna sempre per forza parlare d'amore?
Ci sono libri che non bisogna leggere, perché non tutti i libri sono fatti per essere letti, semmai possono essere dei letti. Alcuni libri nascono per essere consultati, sono delle enciclopedie da tirare fuori dalla libreria a bocconi, mangiucchiando le voci che più ci servono. Sono libri utili, con un valore d’uso. In una visione archeologica, che vanta fra i suoi maggiori esponenti un certo Michel Foucault, solo per dirne uno, il valore dell’accumulazione della storia e della ricostruzione dei percorsi delle cose e delle persone è fondamentale, è il surplus di “chi ne sa”. Bene, tutto questo va molto bene. Il rischio è quello di andare troppo a fondo e svelare innumerevoli altarini arcani, liberare il mondo dal velo schopenaueriano e via dicendo; ma è un rischio che personalmente mi assumo con quieta e placida noncuranza. Chiara la premessa, pongo una domandina facile facile, rubata ai Bluvertigo: «Bisogna sempre per forza parlare d’amore?». Perché qui si parla di ricostruire l’amore, ma non quel romanticismo spicciolo da bacio perugina, bensì un romanticismo diverso, quello fatto di figure e azioni e una intensissima vita mentale che il Roland Barthes dei Frammenti di un discorso amoroso (1977) ha sapientemente ricostruito.
Roland è un archeologo della vita. Scava a mani nude e spennella via la polvere e le incrostazioni, recupera i reperti nascosti sotto gli strati, li sottopone a datazione al carbonio-14 e li scopre sempiterni, e ne fa bella mostra, un’installazione permanente di scatti, di figure, appunto, svelandoci da buon strutturalista la struttura delle relazioni fra chi ama e chi è amato.
Consultiamo una voce a caso, davvero a caso, e troviamo «Così non può continuare». Per come è organizzato il tutto, si parte con la definizione tecnica della figura «Insopportabile: la coscienza di un accumulo delle sofferenze amorose trova sfogo con questa frase: “Così non può continuare”». E poi via di ricostruzione meticolosa della struttura di quest’azione, nella letteratura e nella vita quotidiana (come se, per noi, le due cose fossero sempre distinte). In tutta la sua banalità, sono due attimi di luce su verità prese per buone e agite come nulla fosse. Da verità a Verità, questo è il lavoro di Barthes: rendere eterno ed etereo lo sporco della vita quotidiana. Fare dello sporco un concetto iperuranico, platonico. Arrogarsi, forse, la capacità di assolutizzare e fare impalpabile il fisico. Ricchezza e limite della sua avventura fra i tempi del romantico, il risultato di questa operazione è squisitamente detestabile, perché al termine di ogni voce, o dell’intera lettura, non si può fare a meno che pensare di essere innamorati di tutti, di essere sempre e costantemente in balia di un folgorante innamoramento. Ecco perché non è un libro che va letto, in particolare non lo legga chi ha anche solo un misero minuscolo infinitesimale dubbio sulla possibilità di esserci cascato. Ogni frammento è pietra, saggiamente estorta dagli scavi della storia della letteratura, del pensiero, ma lasciata ruvida, grezza, con tutto il suo potenziale di deflagrazione.
Il romanticismo che ne esce non è un romanticismo per sé, in sé, immanente, ma un romanticismo performativo, fatto di situazioni definite romantiche da chi le costruisce e le struttura. Un romanticismo materico, quotidiano, attuale.
«Bisogna sempre per forza parlare d’amore», allora? Rispondete consultando «Io-ti-amo». Che figura!
lunedì 28 marzo 2011
a forma di naso
«In un incerto compromesso fra la mia anima ed il suo riflesso.»
«Amami soltanto se tu sai il mio nome, amami se riconoscerai il mio odore.»
not my name
Tutto questo non ha senso. È stato il mio buongiorno, la prima frase che è uscita dalla mia bocca, rivolta al pubblico muto di una stanza ancora avvolta nel sonno. L'urlo dimesso, lo sbadiglio primordiale della resurrezione quotidiana: supino, gli occhi sbarrati nel bianco del soffitto, gli arti inermi e senza forza, di me solo una sagoma scavata in un materasso. E troppo caldo, fuori si annuvola; troppo caldo, durante la notte mi sono liberato delle coperture. Tutto questo non ha senso. Parole di paura, cifre di una combinazione che aprirà una stanza di cui ignori l'arredamento, il contenuto. I pensieri sono la radice del nervosismo; le sinapsi, i nervi sollecitati dalle immagini: quanto manca, perché tutto finisca? Quanto manca? Quanto manca, perché tutto cominci? Come se ci fosse un tempo, una durata da far scorrere. L'orologio del cellulare si è automaticamente portato avanti di un'ora, ho perso il piacere di perdere la cognizione del tempo: quel mondo silenzioso in quell'ora che neghiamo. Tutto questo non ha senso. Le parole non si dicono a caso, le parole. Sono nervoso. Sto per stancarmi, sarebbe facile stancarmi, ma io non mi arrendo, non sono io quello che molla la presa, che lascia che le cose seguano un clinamen di disfatte senza significato, senza senso. Tutto questo non ha senso. Un mantra, come una rivelazione; ma dopo, cosa viene? Le parole non si dicono a caso. C'è solo da pensarci. Solo. Solo. Non ne faccio un problema, il problema è che c'è stato un problema. La proiezione nel futuro comporta che questo risulti un insignificante dosso. Lasciami solo, lasciati solo. Come può servire? Ne faccio un problema o solo una domanda? Dire, ho detto. Tutto questo non ha senso. Cosa c'è che non va? Qual è il problema? L'italiano a volte è misero linguaggio, la parola è quella, quando non c'è progresso perché manca una soluzione. Poi c'è il pretesto, ma non c'è pretesto senza motivo; o movente. Perché tutto questo non ha senso, ancora. E dopo, cosa c'è?
mercoledì 2 marzo 2011
doors open on the right
Lo so, manco da molto. O almeno a me sembra molto. Credo di mancare da quando avevo una vita sociale, da quando il lavoro (bellissimo, ganzissimo, adorabile, realizzantissimo e tutto quanto quello che volete) ha smesso di adoperare una scansione temporale tradizionale e "sai quando arrivi, non sai quando vai via" o una cosa del genere; da quando le cose da seguire sì sono moltiplicate per quattro - o almeno tre virgola cinque; da quando devi inventarti quotidianamente un valore. Bene. È da quel momento che vedo la mia vita sociale lasciare il posto a una mesta esistenza bipolare: casa lavoro lavoro casa. Tra i due estremi non c'è alcuna gamma oppure c'è una varietà di stati della medesima stanchezza. Non è solo una stanchezza fisica, è soprattutto in modo di non avere le energie per. Per uscire nelle serate lunedì-venerdì, per tentare di (ri)stabilire dei contatti, prendere treni che pensavi di aver perso, frequentare un rimedio a quella sensazione di abbandono e solitudine che poi sì ciba del suo circolo vizioso: ti senti troppo singolo, vorresti uscire con qualcuno che te lo propone, finisci per (dover) declinare o procrastinare l'invito, torni a casa nella stanchezza e in quel momento senti il bisogno di non stare solo, quindi ti senti solo. E ricomincia. È che le cose ti assorbono, e ti ritrovi a scrivere un post del tuo blog mentre torni a casa, l'ennesima volta, verso la solitudine di un qualche Yellowstone e dei suoi Yoghi e falegnami. Sperando che ci sia qualcuno che come te ha solo bisogno di sentirsi abbracciato.
sabato 19 febbraio 2011
bumper in
Si sa, da dicembre ho un lavoro. È un lavoro a tutti gli effetti. Sono solo poco meno di tre mesi, eppure mi sembra di essere lì da almeno un anno: questione di intensità. Sono ancora iscritto a diverse newsletter di annunci di lavoro, in particolare ricevo le opportunità legate al mio titolo di studio (poco prima dell'incarico avevo scoperto una risorsa mirata). Non mi disiscrivo perché sono pigro e poi e poi... sai mai. C'è da premettere che il mio lavoro attuale non ha nulla a che fare con la parte formale del mio curriculum vitae (la formazione accademica, la formazione complementare e via dicendo), sui cui ho sempre puntato per trovare la mia collocazione; ha a che vedere con le competenze trasversali e con tutto quello che sono a latere: lo scrittore, il blogger, il parolaio, il nerd, il malato di televisione, lo spettatore in streaming, l'orso che è troppo pigro per serbare rancore e odiare qualcuno. Insomma, sono lì perché ho (dicono) una certa cultura e ho un'attitudine al lavoro di un certo tipo: cose applicabili a qualsiasi attività. E ricevo, andando avanti nelle opere e nei giorni, più valutazioni positive, più considerazioni positive, da entrambe le parti, nel giro di un mese il mio compenso è salito con tanto di scuse per la pochezza e promesse di aumenti ulteriori; la difficile persone cui ho il compito di referire riguardo ai suoi prodotti (cliente, committente, come volete) tesse le mie lodi a piè sospinto, appena ne ha l'occasione (mi riservo il beneficio del dubbio sulla paraculabilità del tutto, ma intanto me le prendo, 'ste lodi, no?). Mi si dice: «Fosse per me, tu potresti anche rimanere lì per dieci anni. E poi, un giorno, io vorrei che ci fossi anche tu nei titoli di coda.» Scioccante, non tanto la seconda parte, quanto la prima, perché vuol dire «pensare al futuro, almeno a un futuro possibile.» Questo futuro che per noi, generazione senza vento, è qualcosa di spaventoso nel campo semantico dell'ignoranza e della sconoscenza. Fa paura pensare a me lì per un tempo che appare indeterminato perché indeterminabile. Ma il problema sorgerà (o è già sorto?) quando, forte delle mie caratteristiche personali e competenze trasversali e oblique, il confronto sarà fra un lavoro che faccio e mi piace molto e un lavoro che potrei voler fare e che so che mi piacerebbe. Come essere un editor e un sociologo? Fra qualche ora vedremo di provarci fondando un'associazione. Bumper out.
domenica 9 gennaio 2011
voce del verbo lavorare
Ci sto pensando.
Da un mese e mezzo ho trovato lavoro. L'ironia ha voluto che, dopo aver inviato le solite centinaia di curricula, questa opportunità mi si sia rivelata sotto forma di telefonata da parte di un amico che il mio curriculum, di certo, non ha mai ricevuto.
E ironia ha voluto che sia tutt'altro rispetto alle mie velleità sociologiche. Sono un editor, o meglio un responsabile editoriale in una agenzia di doppiaggio. Mi occupo dei testi che verranno parlati dai doppiatori. Si tratta di un paio di reality in voice over e a breve di un documentario. Ricevo i testi tradotti dai traduttori, gli script in lingua originale e i video originali: controllo, sistemo, curo. È un lavoro di cura, di dettaglio, di compromesso fra la lingua parlata lì, la lingua tradotta qui, la lingua parlata qui, la storia raccontata là e le scelte editoriali qui. Sono il referente per il committente presso l'agenzia cui ha commissionato la lavorazione.
Ho iniziato a fine novembre con le parole periodo di inserimento. Quindi mi aspettavo un periodo di prova non retribuito, una personale serie di fatiche di Ercole finalizzate al fantomatico vediamo se. Sono figlio del mio tempo, per me, per noi, prova significa lavoro a gratis, prendersi le responsabilità di una posizione riconosciuta senza avere il riconoscimento. Lo diamo per scontato. E ogni sera il genitore di turno che chiede: "Ma almeno ti pagano? Oh, fatti pagare, parlane con loro". Loro, già. E la paura generazionale di avanzare una qualche pretesa, dove la mettono i genitori? Non sono loro a rischiare un arrivederci, addio.
Ma un mese dopo il mio inizio mi è arrivato un assegno, e al mio sbigottito "Non me l'aspettavo" è seguito un altrettanto inaspettato "Il lavoro si paga".
Alla sportellista delle Poste dove ho versato l'assegno ho chiesto una fotocopia, perché "Sa, è il mio primo stipendio". E lei mi ha risposto: "Allora auguri!".
E adesso, dopo un mese e mezzo, sono ancora lì e mi sono potuto permettere un cappotto in saldo con i miei soldi. E se ancora ci penso, mi commuovo, stupido.
giovedì 16 settembre 2010
corsivo adulto
Ieri sera ha avuto inizio la vita adulta; fino ad ora l'inizio era un forse, una possibilità, ma ieri... Ieri C. ha firmato, nel senso di consolidato, fermato la girandola delle esperienze a raccolta, concluso quel percorso di anni da stagiaire che introduce, in teoria, nel mondo dei posti fissi, fermi, firmati. Ovvero, C. si è sistemata, che poi vuol dire che è riuscita a penetrare nel sistema. Non è semplicemente entrata, l'ingresso prevede un passaggio consentito, la penetrazione è invece qualcosa di più complesso, ha a che fare con la dura lotta quotidiana per aprire brecce: lei ha scavato da più direzioni, ingoiato rospi, non sempre allucinogeni, fino a farcela. La gioia infinita - che non ho ancora avuto modo di dimostrarle - che accompagna la ricezione della notizia, come ha sempre accompagnato la condivisione dei cambiamenti nel nostro comune percorso di crescita, ha come contraccolpo l'infinita disperazione di chi ancora non ce la fa. Ma mi dice un'Airone, di non farmene una colpa, di non pensare che sia colpa mia, che un po' di sano culo è una variabile potente.
È un po' come il primo che si sposa, il primo che firma un contratto serio, o il primo che esce di casa. Ora, considerato che già una si è sposata, e che ieri C. si è presa il posto per la prima che lavora davvero, rimane da coprire il posto di chi andrà a convivere o a vivere da solo seriamente, e altri primati. Ognuno ha le sue possibilità di diventare adulto agli occhi degli altri.
lunedì 6 settembre 2010
Barcellona, tipo tre mesi dopo
La possibilità di restare, o di tornare, questo è il tema. Tutti volevamo rimanere, e poi quasi nessuno ci è riuscito, come se il tempo passato in quel luogo fosse destinato a rimanere una parentesi. Ce ne siamo andati con la coda fra le gambe, chi prima, chi dopo. Ora ci ritroviamo e parliamo di questo, che forse non sarebbe stato giusto rimanere, che la città è sempre lì, e ci possiamo tornare avanti, che saremmo rimasti solo sull'onda dell'entusiasmo, che ancora c'è il tempo di andare altrove, di esplorare altre possibilità, che sarebbe stato troppo impulsivo, che dobbiamo ricordarci che, checché ne dicano, siamo ancora giovani, siamo giovani, giovani che esistono. Nei discorsi pubblici i giovani non esistono più, o meglio esistono ma solo come categoria statistica e come capro espiatorio, come residuo. Non abbiamo diritti perché non entriamo nella vita degli altri, non abbiamo nemmeno il diritto di essere, di esserci. Siamo una macchia oleosa che si aggira per le vie della città, siamo passanti ignorati o perseguitati. Viviamo in un mondo dove la cultura dei giovani come risorsa è andata scomparendo di fronte alla cultura del siamovecchinonfaterumore. Ora i progetti riprendono una dimensione patria, italiana nel mio caso, voglio riprovarci qui. D'altra parte, essere giovane, vuol dire potersi tenere porte aperte, portare con orgoglio la croce di una vista a trecentosessantagradi. Barcellona è lì, Berlino anche, il Mondo non scompare, e un low cost ci porterà dove vorremo andare, quando lo sapremo.
Iscriviti a:
Post (Atom)


