sabato 27 febbraio 2010

dispaccio n. 0

PROLOGO

L'ora della partenza si avvicina. Quello che non c'è, manca. Mancherà, e la lacuna la si colmerà in futuro, secondo necessità. «Consideriamo il concetto di valigia come cosa limitate» dice A., «fare la valigia implica l'esclusione di qualcosa, dunque non puoi avere alcun sentimento di definitività. Mettici solo quello che vorresti portare. Nella valigia ci puoi mettere tutto quello che vuoi, se vai in un posto nuovo non devi essere null'altro rispetto a quanto non vorresti essere».
Esatto, la tensione tra dover essere, ossia costituire un bagaglio definitivo, e il voler essere, lasciarsi aperte le possibilità del coinvolgimento nel circuito locale della necessità. Vince la volontà di non essere proprio del tutto. Ho comprato le suppellettili tecnologiche che è bene avere con sé per evitare di non trovarle lì. D'altra parte non ci saranno mai abbastanza mutande, per non parlare delle calze. So già che la prima settimana si tratterà di procurarsene secondo il genius loci. Ancora poche ore. Fra poche, una cena a base di pesce con la famiglia, quella anagrafica. Poi, la lunga notte prima della partenza. I sussulti da l'ho-messo-in-valigia? e i pensieri sullo scenario futuro prossimo. E il blocco del traffico.

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