venerdì 8 aprile 2011

bisogna sempre per forza parlare d'amore?

Ci sono libri che non bisogna leggere, perché non tutti i libri sono fatti per essere letti, semmai possono essere dei letti. Alcuni libri nascono per essere consultati, sono delle enciclopedie da tirare fuori dalla libreria a bocconi, mangiucchiando le voci che più ci servono.  Sono libri utili, con un valore d’uso. In una visione archeologica, che vanta fra i suoi maggiori esponenti un certo Michel Foucault, solo per dirne uno, il valore dell’accumulazione della storia e della ricostruzione dei percorsi delle cose e delle persone è fondamentale, è il surplus di “chi ne sa”. Bene, tutto questo va molto bene. Il rischio è quello di andare troppo a fondo e svelare innumerevoli altarini arcani, liberare il mondo dal velo schopenaueriano e via dicendo; ma è un rischio che personalmente mi assumo con quieta e placida noncuranza.  Chiara la premessa, pongo una domandina facile facile, rubata ai Bluvertigo: «Bisogna sempre per forza parlare d’amore?». Perché qui si parla di ricostruire l’amore, ma non quel romanticismo spicciolo da bacio perugina, bensì un romanticismo diverso, quello fatto di figure e azioni e una intensissima vita mentale che il Roland Barthes dei Frammenti di un discorso amoroso (1977) ha sapientemente ricostruito.
Roland è un archeologo della vita. Scava a mani nude e spennella via la polvere e le incrostazioni, recupera i reperti nascosti sotto gli strati, li sottopone a datazione al carbonio-14 e li scopre sempiterni, e ne fa bella mostra, un’installazione permanente di scatti, di figure, appunto, svelandoci da buon strutturalista la struttura delle relazioni fra chi ama e chi è amato.
Consultiamo una voce a caso, davvero a caso, e troviamo «Così non può continuare». Per come è organizzato il tutto, si parte con la definizione tecnica della figura «Insopportabile: la coscienza di un accumulo delle sofferenze amorose trova sfogo con questa frase: “Così non può continuare”». E poi via di ricostruzione meticolosa della struttura di quest’azione, nella letteratura e nella vita quotidiana (come se, per noi, le due cose fossero sempre distinte). In tutta la sua banalità, sono due attimi di luce su verità prese per buone e agite come nulla fosse. Da verità a Verità, questo è il lavoro di Barthes: rendere eterno ed etereo lo sporco della vita quotidiana. Fare dello sporco un concetto iperuranico, platonico. Arrogarsi, forse, la capacità di assolutizzare e fare impalpabile il fisico. Ricchezza e limite della sua avventura fra i tempi del romantico, il risultato di questa operazione è squisitamente detestabile, perché al termine di ogni voce, o dell’intera lettura, non si può fare a meno che pensare di essere innamorati di tutti, di essere sempre e costantemente in balia di un folgorante innamoramento. Ecco perché non è un libro che va letto, in particolare non lo legga chi ha anche solo un misero minuscolo infinitesimale dubbio sulla possibilità di esserci cascato. Ogni frammento è pietra, saggiamente estorta dagli scavi della storia della letteratura, del pensiero, ma lasciata ruvida, grezza, con tutto il suo potenziale di deflagrazione.
Il romanticismo che ne esce non è un romanticismo per sé, in sé, immanente, ma un romanticismo performativo, fatto di situazioni definite romantiche da chi le costruisce e le struttura. Un romanticismo materico, quotidiano, attuale.
«Bisogna sempre per forza parlare d’amore», allora? Rispondete consultando «Io-ti-amo». Che figura!

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