Sapete quando pensate che un posto è da sfigati? E poi scoprite che vi piace tantissimo, oltre ad essere un posto che nella vostra memoria è legato alla vostra infanzia in maniera felice? Credo che l'ultima volta che ci sono stato risalga alle elementari. E per questo ho sempre pensato, dallo sviluppo adolescenziale in poi, che fosse destinato alle scolaresche di pischelli under 11. O ai nonni con i nipoti. O a famiglie perfettamente nojose. E invece... E invece il Planetario di Milano, ospitato dai Giardini Pubblici di Porta Venezia, è un posto davvero grazioso. Piccolo, che può voler dire anche intimo, o solo umano, un posto dove ancora qualcuno lavora per parlare e renderti piacevole, anche divertente a tratti, un'oretta o poco più in cui, in una serata di mezz'estate, nel periodo delle stelle cadenti, scopri l'etimologia di settentrione e quella di desiderio. Se siete curiosi, sapete dove cercare, non starò io a dirvi perché si dice di esprimere un desiderio se si vede una stella che cade, e che si realizzerà, e via dicendo. Ma pelle d'oca, garantisco. Oltre alle mille storie possibili sugli amori nascosti dalle costellazioni, fra miti, leggende e versioni diverse: perché, alla fine, Orfeo si girò? Seduti su scomode sedie rotanti, ci si sente ancora e sempre bambini alla prima scoperta della vita. Quella che vuoi raccontare a tutti, che credi di essere l'unico ad averla. Per esempio, da dove arriva piantare in asso, non lo crederesti mai che possa derivare da Teseo che planta in Naxos la povera Arianna, o che Est deriva dalle radici comuni di tutte le lingue del mondo per la dea che poi noi conosceremo come Venere e cui dedicheremo il pianeta dell'oriente celeste: Ishtar, Astarti, Ester... robe così, insomma.
Il bello di vivere Milano in un agosto.
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