venerdì 16 marzo 2012

#TGIF, then play it ►

♫ Yeasayer - Love Me Girl
 Röyksopp - Remind Me
♫ Buzzcocks - Ever Fallen In Love
Florence & The Machine - Rabbit Heart
Foo Fighters - All My Life
Sick Tamburo - E so che sai che un giorno
♫ Turin Brakes - Jackinabox



giovedì 15 marzo 2012

disintossicazione di un automa_giorno#11

L'unica prigione è quella in cui si vuole far finta di non vedere il buco nel muro.

Forse dovrei addirittura ringraziarlo. Dirgli grazie per esserti fermato, per avermi fermato. Sono passati così pochi giorni e già la tentazione di cedere - la metto giù troppo dura? Provo solo a dare un nome sonoro al ticchettio della tastiera. È stato troppo facile pensare di farcela, lui era così entusiasta di conoscermi, che il mio ego destrutturato ha sposato senza ma e senza se quello che sembrava il coniuge perfetto: un ragazzo solo in cerca di amici che confonde l'amicizia con i dolci morsi sul corpo. Mi ecciti, diceva. Pane per i miei denti stanchi della dieta. (E mi sono messo a dieta, un modo come un altro di tenere il controllo sulla materia nel tempo nemico dei buoni propositi). Ho frenato, ho fatto il gelo, ma lui scaldava. Non che mi piacesse, ma c'era (è questo il sufficiente). Se vuoi farti degli amici, non è così che si fa, pensavo di dirgli e forse gli ho detto. Ma lui. 

È in quell'istante che esci da te stesso e non sei più niente di più di quello che pensi di dover fare. Cogliere la provocazione (usare queste parole per giustificare un momento di debolezza). Eccomi, l'animale l'automa il messia del piacere dentro a un fazzoletto, fare il mio dovere di essere desiderante, trascinare l'altro come fossi una mantide - se affondo io, affonderai anche tu, toccare il fondale di questo mare notturno è troppa evidenza per farlo da solo; io ti rovinerò, per te non sarò che l'ennesimo che ha voluto concludere e che poi, che poi, che poi spariscono, dice. Non mi interessano le sue paranoie, le combatto con l'arma più potente, il calibrato lavoro del piacere semplice. Ma il traguardo mi è negato, dieci ore in magazzino sono stanco e poi non è giusto (io penso, lui dice o penso abbia detto, io ho pensato di sicuro). Hai superato la prova (tu? io?). 

Mi sono messo alla prova. Una mezza vittoria, forse. Hai superato la prova, dico. Nemmeno io volevo. Ora forse possiamo continuare a vederci, essere amici, andare fuori a bere, fare quelle cose di cui hai bisogno per non sentirti solo. Perché io mi sono visto in te, nella lotta che il tuo corpo ha ingaggiato per convincere il mio, voglio solo stare così, starei così ore; l'ignoranza beata del puro d'istinto. 

Disintossicarsi è anche reprimere, anzi no, è solo disciplina di sé. 

sabato 10 marzo 2012

disintossicazione di un automa_settimana#1

Arriva il momento in cui non ne trai più vero piacere; quello è il momento dell'automatismo. Assumi grandi quantità di sostanza perché l'effetto immediato è quello di aumentare la stima che tu hai di te stesso, pensando che il solo fatto di essere al centro di quella situazione significhi che sei una persona all'altezza di quella situazione. Ti senti più bello, più desiderato e desiderabile. Non ha più importanza da che parte arrivi quell'attenzione, chi sia il portatore della dose vuoi solo assumerla. Iniettare nella giornata un palliativo. È così che il sesso diventa droga e dipendenza. Magari stai frequentando qualcuno, ma non riesci a liberarti di quel bisogno che tutto sia consumato subito e ti tieni buono quello, mentre vai con l'altro, gli altri. Non c'è più conquista, solo una vittoria a tavolino. Lo sai già, lo sai sempre, anche se reciti la parte dell'appuntamento che mica è detto che. Diventi una persona orribile. 

Settimana 1
È una settimana che cerco di trattenermi, che rifiuto inviti semplici. C'è qualcosa che devo riconquistare, il gusto del cammino, della conquista. La tentazione di placare le mie insicurezze un orgasmo dopo l'altro è sempre forte, non mancano le occasioni - in questo stadio dire di  è più semplice di respirare. Ho incominciato la disintossicazione ed è difficile. L'astinenza, che ha sempre quel sapore catto-ascetico che dà fastidio, ma si tratta solo di astenersi dagli incauti acquisti. 
L'insicurezza del mio corpo fisico ha raggiunto livelli storici di problematicità. Tutto il resto giace in un involucro di repressione. Mi vedo molle, senza senso, per troppo tempo mi sono nutrito di facili attenzioni da letto e ora il digiuno mi fa venire i crampi. Ma il traguardo è importante, voglio tornare a camminare, uscire senza sapere come finirà la serata, coltivare il seme del desiderio, preparare il momento. 
Per ora relego i flirt allo spazio virtuale. Lì posso tenere sotto controllo eventuali crisi d'astinenza. E ogni tanto chiedo se magari, invece, una birra e due chiacchiere, allora vedo che come me ce ne sono ancora tanti, che collezionano indirizzi e indicazioni per i citofoni. 

venerdì 9 marzo 2012

il lamento del contapassi

È stato un ritorno a un'origine - quante origini abbiamo, nevvero? La serata è improvvisata, ché nell'improvvisazione risiede la salvezza del tempo che si svuota e si contrae, si impegna e si dilata - a noi soltanto il compito di decidere: il tempo come atto di volontà. Il clima è mite e un drink veloce nella parentesi al profumo di mimosa non può chiudere il discorso, ma è l'origine di un viaggio - quanti viaggi facciamo, eh? Corso Buenos Aires, Milano. Lima, tagliente questo passare di fanciulle a festa. Le sorpassiamo, di semaforo in incrocio, di traversa in marciapiede, di vetrina in vetrina, a scendere verso il casello di Porta Venezia. «Ma il parco sarà aperto?», chiedono le ore nove e passa sui nostri orologi. Il cancello aperto dovrebbe essere chiuso, c'è chi esce proferendo un malizioso pardon, ma un attimo di incontro non vale l'impresa che ci accingiamo a intraprendere. Circumnavigare, magellani urbani, il compagno di viaggio anela una minzione ombrosa, vicino al tempio delle stelle resta tutto aperto per lo spettacolo silente che ospita. High profile per noi - paroloni, se no che gusto c'è a esser semplici, poi? Poi ci incamminiamo, ed è solo corso Venezia e il quadrilatero del silenzio. C'è un sacco di silenzio che è esploso da quando siamo entrati nella città spagnola. Le strade sono vuoti panorami di facciate, fan paura tanto sono gotiche di pietra, come se ci avessero eruttato addosso, ai luoghi. Noi camminiamo e ritorniamo sulla via maestra, Corso Venezia è tutta un portone di vetro di case di uffici che nessuno abita o lavora. Lavorare un luogo è divertente, mi è uscita così, adesso. Tutto di facciata ci fa da spalla e tapis roulant. Le parole che si sprecano, ma i passi in via della Spiga non ce li leva quello snobbare la moda: scarpe che costano esponenti infiniti del costo di produzione e esclami solo «Negozi pei turisti», mentre sei turista nella tua città - non c'è niente di meglio del meravigliarsi dell'ovvio. Una porta manzoniana per localizzazione, via Manzoni ce la ingoiamo tutta, ristoranti che ci interrogano sulla propria resistenza, vicoli che sembra d'essere altrove - forse è più semplice non essercene mai accorti; e direzione scaligera per punti fermi, volta a destra, riesco a condurre in Brera, ma solo di straforo, gira di qua, che bel vicolo che sembra d'essere in calle veneziana - ci sei mai stato non ricordo oh mi fa impazzire l'orientamento c'hai tre direzioni e guarda che questa è cieca, spuntiamo su qualche altro versante, c'è una chiesa e dove c'è chiesa c'è piazza. Desolante però siamo solo io e te, te e io e una città vuota nelle viscere, parliamo degli zombie e immaginiamo gli zombie nella nebbia assassina di un universo parallelo. Finora solo il vuoto nelle vie, finestre nemmeno tanto accese, nessuno a osservare i viandanti, pochi e veloci. La violenza della cerchia sul nucleo ha qui le sue vittime impalate alle pareti e ai tombini. Il centro commerciale dello spreco, una vita negata al centro. Bene, dove si va adesso, ho sete e male ai piedi, fonte ultima, estrema Thule (si scrive così?), proviamoci al baracca di Cairoli, due birre e una ciarla, così come è cominciata finirà, a volte pioveggia senza molto clamore, gli astanti s'allungano nell'atto alla mezzanotte e noi, noi siamo solo i passi che abbiamo in corpo, che non li perdi, li acquisti.  

venerdì 24 febbraio 2012

occhi per leggere forme

C'è qualcosa, nel modo di creare di Diego Mariani, che mi fa venire in mente solo una parola: dissoluzione. Quello che vedono gli occhi di Diego è un mondo che rinnega la forma conosciuta delle cose, ha bisogno di accennare alla realtà come fa un invitante documentario, di quelli che alla fine ti dici: «Eh no, ora voglio vederlo anche io!». L'arte è riproduzione del paesaggio interiore e per questo assolutamente/squisitamente incompleta e imperfetta è l'opera in sé, che  si bea della libertà di divenire tela, libro, immagine o parola o qualunque cosa di cui abbia bisogno per tenere insieme i pezzi di una visione che si dissolve costantemente. E il solvente sei tu che guardi e dai un nome alle cose, è la tua azione cognitiva che ricompatta il colore sotto lo sguardo scrutatore dell'opera. Se poi ci mettiamo una bella commistione fra pittura e scrittura... La creazione si fa occhio sulla realtà che la circonda e invita a condividerne il panorama. È lì che si vorrebbe arrivare, a quel momento in cui l'orizzonte dell'opera e dell'osservatore si sovrappongono.

23 febbraio - 22 marzo 2012
@ EdiQ Bookshop - L'isola dell'introvabile
via Pastrengo, 5A - Milano

giovedì 23 febbraio 2012

maya

e pensare che un anno fa stavo per cominciare a cercare casa con l'amica A. Ora l'amica A. andrà a vivere con il suo ragazzo e ha già iniziato il transfert di sé all'Altrove. E conoscevo chi mi avrebbe detto, di lì a pochi giorni, il ti amo più breve della storia del Romanticismo, consumato in poche giornate preprimaverili. Così iniziava forse la vita dell'adulto, pregustando lo scenario possibile di un futuro che già non mi somiglia più. Come mi hanno sussurrato all'orecchio stamattina: «Io che credevo di trovarmi nella giusta direzione, racchiudo tutte le patologie di una generazione». Forse non siamo soltanto la generazione del crollo dei muri, siamo anche la generazione della fine del mondo da un momento all'altro. Si facevano progetti, dodici mesi fa, si creavano mondi che nemmeno la macchina infernale di Fringe. Ciascun mondo destinato alla sua data maya. Che senso ha la battaglia? E comunque posi l'ascia a primavera.

venerdì 3 febbraio 2012

fedone moderno


Una inutile precisazione. Sono tre i motivi che mi spingono a chiedere/accettare una friend request su Facebook. 
Innanzitutto, l'amicizia, intesa come sentimento del legame nell'eventualità del progetto; in altre parole, persone che reputo amiche e con cui ho da scambiarmi anche solo un like ogni tanto, ma della cui esistenza per me è importante seguire ogni sviluppo, perché sento che ha a che fare con la mia. Anche via Facebook. La seconda categoria di contatti è quella della vicinanza, della conoscenza generale che può da un momento all'altro generare interessanti scambi, gente da tenersi buona, che male non fa (vecchi compagni di scuola,  il cugino dell'amico del testimone...) Infine la terza categoria, la più interessante nella riflessività delle mie riflessioni allo specchio del blog, quelli che rientrano nella pure e semplice contemplazione del bello, individui con facce che voglio vedere tra le pagine del mio libro, gineprai di curiosità indolente to poke quando capita, scambiarsi due parole e chissà. 
Insomma ci sono quelli sempre, quelli ogni tanto e quelli sai mai. Il tutto nell'incredibile caleidoscopio delle categorie, perché nessuno vieta di passare da un insieme all'altro. E così, la tripartizione è compiuta hegelianamente, Gallia est omnis divisa in partes tres e io ho saziato la mia vanità da scrittore. La mia coscienza contempla beffarda l'autoreferenzialità del tutto.