Alla fine mi sono concesso di ascoltare Born To Die di Lana Del Rey e devo dire che, sì, mi piace. Un piacere che non è amaro solo se si sa una cosa: il problema di Lana Del Rey è che prima è arrivato tutto il discorso su di lei, poi la sua musica. Pane per i denti di quel brutto giornalismo musicale che abbraccia l'approccio mai contenti, demolire almeno il 70% dell'artista, o l'altro metodo dell'osanna. In ogni caso, ne esce fuori la definizione di Lana Del Rey come hype - che poi, me la spiegate? Qualcuno ha provato a sintetizzare: ne parlano tutti, tutti ne parlano, troppo sulla bocca di tutti. Come se la notorietà non fosse un obiettivo per un artista. Ho letto su di lei, ho sentito voci, ho registrato giudizi e l'unica cosa che posso dire è che non me ne frega assolutamente niente. Come in ogni album, ci sono alti e bassi, qualcosa che potrebbe definirsi spaziare, sfuggire all'etichettamento facile. La sensazione è che la signorina Lizzy Grant si diverta un mondo a canticchiare i propri punti di vista sulle cose o su come dovrebbero essere vissute le esperienze. Così noi vorremmo fare l'amore sulle note di Blue Jeans, sperando che lui torni, o conoscere questa fantomatica Carmen che piace a tutti. Così come siamo consapevoli di essere tutti Born To Die, ma nel frattempo possiamo chiudere gli occhi e vedere quel Dark Paradise che aldilà dell'oscurità io vedo ben coreografabile da Lady Gaga. Solo per citare qualche brano di questo album che viaggia nello spazio dell'educazione musicale: Lana ha sicuramente ascoltato un sacco di PJ Harvey e Tori Amos (i primi due nomi che mi sono venuti in mente), ne ha mutuato gli stessi goticismi pop, l'uso della voce come nota dissonante; è amica di Florence Welch o perlomeno la stima; ha girato per locali mangiando club sandwich e bevendo Bloody Mary, forse con Lili Allen o Bat For Lashes. Cos'altro potete volere? Ascoltatevi i bridge, i cambi di registro, la sperimentazione silenziosa del già sentito ma mai troppo, e lasciate che sia lei a parlare e non tutto quell'entourage indiesnob che prima o poi dirà: io l'ascoltavo già nell'82, quando non era ancora nata.
sabato 24 marzo 2012
giovedì 22 marzo 2012
l'appiattimento dell'orso
La comunità bear, all'interno del mondo gay, è sempre stato il rifugio di chi, non aderendo al canone della macchietta dell'omosessuale maschio, orientato al modello femmineo del magrodefinitoglabropassivo, si riconosceva in un ideale di comportamento in cui la mascolinità - nei suoi tratti socialmente e culturalmente delineati - non veniva negata, bensì messa al primo posto rispetto all'orientamento sessuale, che diveniva così una semplice espressione del desiderio. In particolare, nella comunità ursina il predominio della definizione era fisico e in contrasto con gli stereotipo della bellezza omosessuale: corporatura robusta se non morbida o addirittura sovrappeso; pelo sapientemente antiestetico secondo il canone, compreso quello (strano dirlo adesso) sulla faccia: barba, baffo. In generale un ideale di morbidezza e rilassatezza fisica in contrasto con il rigore dei definiti modelli efebici. Un uomo assolutamente normale, quasi anonimo, e come tale vario. Bearwww.com, uno dei principali luoghi di incontro virtuale per la bear community, offre una descrizione delle diverse tipologie di ursini, anche se su Wikipedia ce n'è una più esauriente. Sovrapponiamole
Cub/Cucciolo: orso giovane o dall'aspetto giovanile, (non sempre) meno corpulento di un orso;
Chubby/Orsone: uomo grosso non molto peloso, semplificando "ciccione";
Daddy(bear): orso maturo dall'aspetto rassicurante e paterno, in particolare silver daddy se ha il pelo grigio;
Chaser/Cacciatore: uomo non definibile come orso, ma attratto dalle quattro categorie precedenti, spesso sovrapponibile all'admirer, uomo (grosso o magro) cui piacciono gli uomini pelosi, e all'otter/lontra, uomo molto peloso, in genere con barba e pizzetto, solitamente non sovrappeso.
È indubbio che una tale organizzazione per categorie sia il risultato di un tentativo subculturale di diffondere in ampi strati della popolazione gay di un ideale di bellezza vicino all'uomo della strada, lontano dalla passerella dello stereotipo.
Nata negli anni '80, la cultura ursina si è quindi diffusa velocemente, dapprima negli Stati Uniti, un decennio dopo dalle nostre parti.
Ma come tutto quello che prende piede, presto fa moda. Su tutti i visi appaiono perfette sculture di pelo, il capello corto la fa da padrone. Soprattutto, le caratteristiche fisiche si declinano per età. La vecchia guardia mantiene la posizione bear, chubby, daddy, portando con disinvoltura una forma fisica già sedimentata nel tempo; la nuova generazione fa propri alcuni dettami dell'accettazione sociale, orientandosi al modello del musclebear e dando vita a quello che potrei chiamare musclecub; e se l'orso fa tendenza, tutti sono lontre che cacciano gli orsi che ammirano.
Quello che era la ricchezza della comunità ursina: la varietà e l'accoglienza di ogni negazione del magro depilato muscoloso; la lotta per la morbidezza contro la dura dogmatica dell'estetica contemporanea; tutto questo si appiattisce così su tre, se non addirittura due grandi classi: grassi e magri, accomunati solo dall'amore per la genuinità del pelo.
Forse il processo naturale di assimilazione di un prodotto culturale: la sua scomparsa, la sua dissoluzione.
mercoledì 21 marzo 2012
#
mi bruciano le labbra, sarà
il sale, sarà il limone sopra
questa carne cruda che sa
di gomma, che rimbalza
sulla pelle ogni caduta
di stile o forse è solo sporca
questa superficie della vita
venerdì 16 marzo 2012
#TGIF, then play it ►
♫ Yeasayer - Love Me Girl
♫ Röyksopp - Remind Me
♫ Buzzcocks - Ever Fallen In Love
♫ Florence & The Machine - Rabbit Heart
♫ Foo Fighters - All My Life
♫ Sick Tamburo - E so che sai che un giorno
♫ Turin Brakes - Jackinabox
♫ Röyksopp - Remind Me
♫ Buzzcocks - Ever Fallen In Love
♫ Florence & The Machine - Rabbit Heart
♫ Foo Fighters - All My Life
♫ Sick Tamburo - E so che sai che un giorno
♫ Turin Brakes - Jackinabox
giovedì 15 marzo 2012
disintossicazione di un automa_giorno#11
L'unica prigione è quella in cui si vuole far finta di non vedere il buco nel muro.
Forse dovrei addirittura ringraziarlo. Dirgli grazie per esserti fermato, per avermi fermato. Sono passati così pochi giorni e già la tentazione di cedere - la metto giù troppo dura? Provo solo a dare un nome sonoro al ticchettio della tastiera. È stato troppo facile pensare di farcela, lui era così entusiasta di conoscermi, che il mio ego destrutturato ha sposato senza ma e senza se quello che sembrava il coniuge perfetto: un ragazzo solo in cerca di amici che confonde l'amicizia con i dolci morsi sul corpo. Mi ecciti, diceva. Pane per i miei denti stanchi della dieta. (E mi sono messo a dieta, un modo come un altro di tenere il controllo sulla materia nel tempo nemico dei buoni propositi). Ho frenato, ho fatto il gelo, ma lui scaldava. Non che mi piacesse, ma c'era (è questo il sufficiente). Se vuoi farti degli amici, non è così che si fa, pensavo di dirgli e forse gli ho detto. Ma lui.
È in quell'istante che esci da te stesso e non sei più niente di più di quello che pensi di dover fare. Cogliere la provocazione (usare queste parole per giustificare un momento di debolezza). Eccomi, l'animale l'automa il messia del piacere dentro a un fazzoletto, fare il mio dovere di essere desiderante, trascinare l'altro come fossi una mantide - se affondo io, affonderai anche tu, toccare il fondale di questo mare notturno è troppa evidenza per farlo da solo; io ti rovinerò, per te non sarò che l'ennesimo che ha voluto concludere e che poi, che poi, che poi spariscono, dice. Non mi interessano le sue paranoie, le combatto con l'arma più potente, il calibrato lavoro del piacere semplice. Ma il traguardo mi è negato, dieci ore in magazzino sono stanco e poi non è giusto (io penso, lui dice o penso abbia detto, io ho pensato di sicuro). Hai superato la prova (tu? io?).
Mi sono messo alla prova. Una mezza vittoria, forse. Hai superato la prova, dico. Nemmeno io volevo. Ora forse possiamo continuare a vederci, essere amici, andare fuori a bere, fare quelle cose di cui hai bisogno per non sentirti solo. Perché io mi sono visto in te, nella lotta che il tuo corpo ha ingaggiato per convincere il mio, voglio solo stare così, starei così ore; l'ignoranza beata del puro d'istinto.
Disintossicarsi è anche reprimere, anzi no, è solo disciplina di sé.
sabato 10 marzo 2012
disintossicazione di un automa_settimana#1
Arriva il momento in cui non ne trai più vero piacere; quello è il momento dell'automatismo. Assumi grandi quantità di sostanza perché l'effetto immediato è quello di aumentare la stima che tu hai di te stesso, pensando che il solo fatto di essere al centro di quella situazione significhi che sei una persona all'altezza di quella situazione. Ti senti più bello, più desiderato e desiderabile. Non ha più importanza da che parte arrivi quell'attenzione, chi sia il portatore della dose vuoi solo assumerla. Iniettare nella giornata un palliativo. È così che il sesso diventa droga e dipendenza. Magari stai frequentando qualcuno, ma non riesci a liberarti di quel bisogno che tutto sia consumato subito e ti tieni buono quello, mentre vai con l'altro, gli altri. Non c'è più conquista, solo una vittoria a tavolino. Lo sai già, lo sai sempre, anche se reciti la parte dell'appuntamento che mica è detto che. Diventi una persona orribile.
Settimana 1
È una settimana che cerco di trattenermi, che rifiuto inviti semplici. C'è qualcosa che devo riconquistare, il gusto del cammino, della conquista. La tentazione di placare le mie insicurezze un orgasmo dopo l'altro è sempre forte, non mancano le occasioni - in questo stadio dire di sì è più semplice di respirare. Ho incominciato la disintossicazione ed è difficile. L'astinenza, che ha sempre quel sapore catto-ascetico che dà fastidio, ma si tratta solo di astenersi dagli incauti acquisti.
L'insicurezza del mio corpo fisico ha raggiunto livelli storici di problematicità. Tutto il resto giace in un involucro di repressione. Mi vedo molle, senza senso, per troppo tempo mi sono nutrito di facili attenzioni da letto e ora il digiuno mi fa venire i crampi. Ma il traguardo è importante, voglio tornare a camminare, uscire senza sapere come finirà la serata, coltivare il seme del desiderio, preparare il momento.
Per ora relego i flirt allo spazio virtuale. Lì posso tenere sotto controllo eventuali crisi d'astinenza. E ogni tanto chiedo se magari, invece, una birra e due chiacchiere, allora vedo che come me ce ne sono ancora tanti, che collezionano indirizzi e indicazioni per i citofoni.
venerdì 9 marzo 2012
il lamento del contapassi
Iscriviti a:
Post (Atom)