Com'è che Robin Hood diventò un fuorilegge? Questo Robin Hood di Ridley Scott lo racconta. Finzione, documentario storico? Non ne ho idea, non mi importa: io l'ho visto per il cast, o meglio era tutto cominciato come modo di rifarsi gli occhi con Russell Crowe, poi ho scoperto che è la storia di un esercito di super orsetti al servizio di sua maestà, un re un po' indie. Niente di che, un film in costume guerriero, per cui Russell ha rispolverato l'espressione messianica del so-tutto-io che aveva il Gladiatore, e pure quel modo di fare un po' da supereroe in cotta di maglia di ferro, e non manca nemmeno il momento braveheart. La storia d'amore, oltre a suscitare diverse invidie, non è importante, e questo è un vanto. Si parla di guerra, di come si può vincere una guerra grazie all'ingegno di un uomo. D'altra parte impossibile non vincere se la figura del nemico re di Francia è quella di un uomo che pare rovinato dall'alcol e dalle droghe pesanti, che per tutto il film ha la faccia di chi ha passato una nottataccia a pomiciare col real tazzone, e quello che più vorrebbe non è certo impadronirsi della perfida Albione, a meno che non sia per quella magiche pillole per l'hangover che solo lì ce le hanno. Combatteremo un altro giorno, ora per favore dategli un'aspirina. Insomma, vedetelo se vi piace Russell Crowe, se volete vedere almeno una decina di musclebear rampanti, amate la paesaggistica di quei luoghi. O non avete di meglio da fare.
venerdì 20 agosto 2010
mercoledì 28 luglio 2010
sociologia dell'ombrellone
giovedì 15 luglio 2010
I don't wanna be ignored, oh God!*
Perché la questione non è tanto la collocabilità a livello sentimentale, quanto la collocabilità nel suo complesso.
Non solo non sono il tipo di nessuno, ma non sono nemmeno il curriculum giusto per qualcuno, tantomeno sto in un dove preciso che mi appartenga. Il mio numero di cellulare è ancora intestato al padre, e vivo nella casa di famiglia. I soldi non sono quelli che guadagno. Non sono che una coppia di coordinate immaginarie. Trovami, se ci riesci.
* Editors, Eat Raw Meat = Blood Drool, 'In This Light and On This Evening', 2009
martedì 13 luglio 2010
where are you Fromm?
Penso che l'alternativa non sia tra essere e avere, quanto tra essere e fare. Il primo riguarda uno stato, una condizione persistente, così come l'avere, il possesso. Il fare ha a che vedere con l'azione, con il mutamento di una condizione, di uno stato della materia di cui è fatta la vita quotidiana. L'errore fondamentale è però quello di sentire di dover scegliere fra i due poli. Ma posta nei nuovi termini, la contrapposizione non è più tale, e ci si può benissimo muovere fra lo stare e l'agire.
Penso che ci si ritrovi spesso nella condizione in cui si pensa di non essere, non avere, non fare mai abbastanza. O di esserlo o farlo male. Ci si chiede allora se stiamo facendo il possibile, il famigerato tutto il possibile, e spesso, valutate le proprie mosse, ci si risponde affermativamente, che stiamo agendo come dovremmo agire per non violentare il nostro essere, ossia per non farci danno, sebbene alla fine il danno si riveli essere proprio il non mutare la condizione nei modi che il fare presupponeva.
L'autobiografia di un'estate, e siamo solo all'inizio.
lunedì 12 luglio 2010
cronache nemmeno tanto marziane
Successe così, che la penultima sera a Barcelona, era due domeniche fa, congedammo l'amico messicano, che il giorno dopo si sarebbe riportato alle sue terre con mestizia. E che si era fra i soliti amici, la nostra personale Barça, andando di guacamole e dolce di riso, e birra e sangria e via dicendo, le cose che si fanno così in questi momenti per dire. Ad un certo tempo apparvero, inaspettati, due amici colleghi compagni di qualcosa del congedantesi, belli tedeschi barcellonizzatisi, colpi di fulmine serviti su piatti di argento lucente. La conversazione con entrambi fu piacevole, nel tentativo di contenere il mio slancio carnale ed emotivo, e si finì in grosse risate e saluti, e insomma addio non ci rivedremo più, magari due risate sulla rete sociale. Come poi avvenne, che uno dei due accettò la mia richiesta di un contatto anche solo virtuale, e io ero contento secondo una logica del numero, al che lo salutai adducendo come argomentazione la storia dei filtri di corno di mammuth, che tanto ci aveva unito nella naturale disunione dei nostri rispettivi desideri quotidiani. Ora non è più mio amico. Mi chiedo se salutare non sia ormai diventato un affronto imperdonabile.
sabato 10 luglio 2010
la proprietà commutativa della ricerca
C'è tutta una retorica del chi cerca, trova, che ispira ideali di tenacia, perseveranza, fedeltà a se stessi, e via dicendo. C'è poi tutta una retorica del lo trovi, quando meno lo cerchi, che appoggia ideali di pazienza, resistenza, fiducia e fede nell'avvenire e via dicendo di nuovo.
Sono retoriche ad hoc che si applicano a differenti oggetti della ricerca, solitamente. La prima, la retorica della ricerca, si applica alla caccia al tesoro, premo per un atteggiamento di degna imposizione di se stessi al mondo; la seconda, retorica dell'attesa, si applica alla manna dal cielo come premio per una vita serena di placido scorrere del tempo.
Io ho l'impressione che chi cerca, non trova, e chi non cerca, non trova.
Quindi?
venerdì 2 luglio 2010
ricomporre gli abbracci
Fa caldo, ma ogni tanto una brezza di sconosciuta origine ristora l'animo accaldato. E scopro di essere tornato per le patatas bravas, per la Estrella e per gli abbracci. I pareri sono discordi: sembra ieri, sembra un secolo che te ne sei andato. Tutto dipende da cosa ha riempito il vuoto. Qualcosa che ora puó facilmente essere rimpiazzato da tapas nei posti dell'anima. Concordo con me stesso che è come se avessi fatto un mese di vacanza a Milano. Ora, sono di nuovo qui, e posso continuare la mia attivitá: vivere il tempo, crearlo e goderlo. La differenza fra qui e lì è che qui hai talmente tante opportunità per fare cose, che se scegli di non fare niente, è perché hai il potere di scegliere, mentre lì se non fai niente, è perché non c'è niente da fare. Qua, per dire, ci sono già i saldi. E abbracci che commuovono, di quelli stretti e caldi, in cui si mischiano occhi lucidi e sudore estivo, perché è così che deve essere, un abbraccio: sporco d'amore. Senza sconti, quelli li lasciamo ai miei nuovi pantaloni.
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