È stato più un rituale simbolico di riconferma del legame comunitario, che una vera e propria volontà di agire in questo modo, però il risultato è che ho visto Sex and the City 2.
giovedì 17 giugno 2010
scintillami sto cammello
lunedì 14 giugno 2010
nazionalismo
Questa sera esordio della nazionale. Il termine nazionale è qualcosa di importante. Come dice lo spot dei mondiali in Spagna, un mondiale non lo vincono in undici, lo vincono [inserire ammontare della popolazione di riferimento], perché più che una squadra, siamo una nazione e bla bla bla. Efficace - ma io non ho nemmeno una bandierina italiana, l'unico tricolore è una fascetta che fa da cordino per una medaglia, un bronzo?, conquistato al torneo di pallavolo liceale nel novantanove. Comunque ci accingiamo a riunirci di fronte allo schermo indossando qualcosa di azzurro o abbinamenti da bandiera. Io opto per la prima opzione, mi dona di più l'azzurro che il verde o il bianco, per non parlare del rosso. D'altra parte è solo un'altra occasione di ritrovarsi. Berremo birra italiana e mangeremo pizza. Saremo italiani, per qualche giorno. Per qualche ora. Benedetto il mondiale.
venerdì 11 giugno 2010
e vabbé
Non so perché, ma se mi si dice iniziano i mondiali mi sembra qualcosa di abbastanza figo, ma se sento che inizia il campionato del mondo, mi figuro un duello a quidditch o qualcosa di medievale e assolutamente inopportuno. E vabbé. Waka waka.
mercoledì 9 giugno 2010
la cenere che resta ad ogni passo
Non sono collocabile. Ho un curriculum che non ha alcun interesse. Mi chiedo come sia possibile, dopo tutti gli invii, i contatti, le ricerche, che qualcuno non abbia visto il mio listino e abbia anche solo pensato: «Toh, ma sai che ci serve proprio uno che abbia studiato questo, e che abbia fatto questo?». Così mi ritrovo a pensare di tornare al duemileddue, all'uscita dall'orale di maturità, e decidere altro, un altro cammino, qualcosa che col tempo non si rivelasse la via più difficile, qualcosa che segua i gusti e le sovrastrutture di questo mondo di ingegneri che fanno i sociologi dell'ambiente, di avvocati che fanno i sociologi della devianza, di medici che fanno i sociologi della salute, di economisti che fanno i sociologi del lavoro e via dicendo. Che poi, non c'è reciprocità: il sociologo non può fare l'ingegnere o l'architetto, il medico o l'avvocato. Viene da dire: mi rubano il lavoro. Vorrei lavorare in qualcosa che abbia a che fare con quello per cui mi sono martirizzato su righe e righe di pagine e pagine in libri su libri. Non voglio che qualcuno mi dia l'elemosina di un lavoro da commesso - non ho forse il diritto di pretendere? Credo di sì. Ma ho scelto, quell'anno lontano, di essere un professionista la cui professionalità non è riconosciuta, a meno che sia anche un po' conosciuta. O meglio, è riconosciuta solo se si mantiene all'interno di un rispettoso ambito universitario, ossia se regala altri anni della propria giovane vita ad un ciclo di dottorato, tanto per dire. Ma la libertà è anche quella di scegliere di non darsi più allo studio. Ho una laurea specialistica, un master, delle esperienze (formative, quasi lavorative), tutte cose che possono essere valutate. Come mi dovrei comportare di fronte ad un selezionatore di lavoro di agenzia di somministrazione che mi chiede se, nel caso, sarei disponibile per lavoretti saltuari in qualche negozio come addetto alle vendite? Perché sai, attualmente non ci sono offerte. In che campi vorresti lavorare? La progettazione, l'organizzazione, la valutazione, cose che fanno i sociologi. Mi viene detto di provare a contattare le ONLUS, sai mai. Che l'unica cosa è stare tutto il giorno a cercare offerte, contattare, mandare curricula. Grazie. Il lavoro di cercare lavoro vale come stage nell'ambito risorse umane? In quel caso, saremmo una generazione con molta esperienza. I cinque minuti più inutili della mia vita.
domenica 6 giugno 2010
recensioni 2.0 - esplodere soavemente
Avevo sentito, non so dove, il pezzo Sea Change. Quello che pensai fu: sono ritornati, sono loro, inconfondibili ma non per questo stantii, sono i Turin Brakes, che tornano con Outbursts in questo 2010 che mi vede cacciatore di novità. La sonorità è quella che li ha fatti conoscere, un continuo dondolarsi tra quello che all'inizio del millennio si sarebbe chiamato new acoustic movement, lo staccare la spina dall'amplificatore e tornare a giri di chitarra e voce, permettendo alla musica di fare il suo lavoro originario: emozionare, banalmente; e la classicità delle corde, omaggi continui a Bob Dylan e Jeff Buckley tanto per dire. Eppure il viaggio procede senza brakes, senza freni, tra esplosioni (outbursts) dolci di suoni e parole, che accompagnano l'ascolto di pezzo in pezzo. Non credevo che li avrei risentiti, eppure, eccoli qui, e dirci che if we don't do it, everybody else will - ricordandomi un più antico everybody else is doing it, so why can't we?
Turin Brakes, Outbursts (2010)
venerdì 4 giugno 2010
niente conta, in fondo - e crolla*
Questo è duro. Ieri cercavo possibilità di impiego, arrivando anche alla categoria concorso pubblico, che sai mai. Bene, cercavano qualcosa come tot esperti di analisi dei sistemi territoriali con conoscenza di sociologia ambientale e del territorio. È quello che ho fatto, mi dico, dai che ci siamo, dovessi pure trasferirmi in Sardegna. Leggo il bando, forte del mio titolo di sociologo della trentina Società Territorio Ambiente. Titoli richiesti: ingegneria, urbanistica, architettura. Punto. Questa non è crisi, è ottusità - pensare che territorio uguale architetto, ingegnere, urbanista, e nient'altro. Soprattutto pensare che per fare delle analisi sociali del territorio non serva qualcuno che ci ha studiato o lavorato apposta per farle. La vera rivoluzione sarà quando cercheranno sociologi per costruire ponti e grattacieli? Io avverto che noi sociologi non sappiamo come si fanno, ponti e grattacieli.
* Verdena, Luna
martedì 1 giugno 2010
il tempo ritornato
Il tempo lo fa l'abitudine, quindi credo che un modo per non tornare possa essere: non perdere le abitudini che hai costruito altrove. Quelle buone, mantienile: oggi sono andato a piedi a fare la spesa quotidiana; quelle cattive, riproducile: mangiare in continuazione, pica pica. Non so a cosa sono tornato, ma so che non voglio tornare a Milano, non voglio essere qui come se fosse quel giorno di febbraio in cui ho aperto la porta con una valigia. Quanto ci vuole per ricordarsi di quell'altra vita, affinché influenzi questa?
un punto su
flâneurismi,
la città,
teleintimismo
Iscriviti a:
Post (Atom)