venerdì 14 agosto 2009

urblog

La cara amica C., personaggio fra i protagonisti di questa cosa tipo blog, mi dice: "Sì, sempre bello il tuo blog, ma vorrei che parlasse, non so, della città". Un urbanblog, insomma? Va bene, parliamone. In questi giorni, poi, dieci giorni in vero, la presenza di una sua amica francese, la cara e dolce M., con cui abbiamo rispolverato l'alemanno come lingua della comunicazione, mi ha portato ad accompagnare le entrambedue in giro per questa metropoli che, diciamolo, si chiama Milano. È sempre un'esperienza, girare per la propria città. Mi sento un bambino entusiasta quando racconto che la città è fatta a radianti, con due anelli concentrici, e che quindi, in teoria almeno, non ci si può davvero perdere in un dedalo di vie, basta arrivare su una grande strada, e quasi di sicuro si finirà su una direttrice, su un raggio, oppure su un anello. Poi, è tutto girare. Oppure quando si va sui Navigli e anche al 13 di agosto, con i relativi distinguo, c'è gente. Persone. Luci, happy hour e via dicendo. Percorrere oasi ormai conosciute o anche solo godute-per-quello-che-sono da pochi: i parchi. Sempione, i Pubblici di Porta Venezia, quello della Villa Comunale, insomma. Fermarsi a parlarebbere alle Colonne. Percorrere su e giù el Curs, spiegando che è Buenos Aires, più di Vittorio Emanuele, il Corso per antonomasia.
Roba di sospiri. C'è tanto, tanto da fare, da vedere, da vivere. Sospiri.


mercoledì 12 agosto 2009

quest'ansia

"Lei cosa fa? Lavora?"

Questa la prima domanda, o una delle prime, di una dottoressa, appena le dico di accusare dei dolori, delle fitte occasionali al petto. E che ho la sensazione "di avere il cuore" (sic! nel referto clinico). Si procede con l'Elettrocardiogramma, con la misurazione della pressione, con l'auscultazione del petto.

"In realtà, no, mi sono laureato a settembre... È un anno che sono fermo".

Allora è ansia. Il cuore malato soffre quando è sotto sforzo, non quando si sta calmi.
Il gramma è tutto a posto. Faccia un po' di attività sportiva.
O si calmi.



Allora, è ansia.

l'etimologia dell'universo


Sapete quando pensate che un posto è da sfigati? E poi scoprite che vi piace tantissimo, oltre ad essere un posto che nella vostra memoria è legato alla vostra infanzia in maniera felice? Credo che l'ultima volta che ci sono stato risalga alle elementari. E per questo ho sempre pensato, dallo sviluppo adolescenziale in poi, che fosse destinato alle scolaresche di pischelli under 11. O ai nonni con i nipoti. O a famiglie perfettamente nojose. E invece... E invece il Planetario di Milano, ospitato dai Giardini Pubblici di Porta Venezia, è un posto davvero grazioso. Piccolo, che può voler dire anche intimo, o solo umano, un posto dove ancora qualcuno lavora per parlare e renderti piacevole, anche divertente a tratti, un'oretta o poco più in cui, in una serata di mezz'estate, nel periodo delle stelle cadenti, scopri l'etimologia di settentrione e quella di desiderio. Se siete curiosi, sapete dove cercare, non starò io a dirvi perché si dice di esprimere un desiderio se si vede una stella che cade, e che si realizzerà, e via dicendo. Ma pelle d'oca, garantisco. Oltre alle mille storie possibili sugli amori nascosti dalle costellazioni, fra miti, leggende e versioni diverse: perché, alla fine, Orfeo si girò? Seduti su scomode sedie rotanti, ci si sente ancora e sempre bambini alla prima scoperta della vita. Quella che vuoi raccontare a tutti, che credi di essere l'unico ad averla. Per esempio, da dove arriva piantare in asso, non lo crederesti mai che possa derivare da Teseo che planta in Naxos la povera Arianna, o che Est deriva dalle radici comuni di tutte le lingue del mondo per la dea che poi noi conosceremo come Venere e cui dedicheremo il pianeta dell'oriente celeste: Ishtar, Astarti, Ester... robe così, insomma.
Il bello di vivere Milano in un agosto.

martedì 11 agosto 2009

di comete e indigestioni


Oggi sarebbe dovuto essere San Lorenzo. In effetti lo è stato, ma non l'ho cagato molto. Le stelle? Cadute? Va bene, ma immagino, a quest'ora della notte, che sia successo perché Desmond Hume non ha premuto il pulsante per evitare la fine del mondo, e insieme alle stelle sono caduti carichi di bambini posseduti dalla memoria cellulare del figlio perso del dottore clonatore (Godsend). Tutti cantando We're golden, ballando in intimo imbarazzantemente bianco.
Il mal di schiena ti costringe ad una certa indigestione di trasmissioni, sia la tivvì, la radio, o il tuo computer. Ora non ho certo voglia di andare a letto, ma di aspettare che si finiscano gli scaricamente degli ultimi due episodi della quinta stagione di Lost, per quello la voglia è alle stelle. Cadenti, ma pur sempre stelle.

domenica 9 agosto 2009

domenica d'agosto

Quanto è difficile darsi degli obiettivi, quando si è a casa solitari nel mese estivo per eccellenza nella città di Milano. Le strade sono vuote, e il sole vi si impone prepotente. È un pomeriggio di un'estate strana, per ora passata fra casa mia e casa di C., poco lontano: la mia macchina saprebbe percorrere quei 15 minuti di strada da sola, se potesse. Mi viene in mente che da qualche giorno la piccola Tina, la servizievole vettura che mi trasporta dal punto A al punto B, non riconosce lo sganciamento del freno a mano, e quel simpatico punto esclamativo ((!)) resta illuminato, poi si spegne, poi si riaccende, poi si spegne e così via. Ma se penso che sia necessario farlo presente ad un qualche elettromeccanico di fiducia, mi passa la voglia di fare alcunché. Gli amici sono lontani, e la domenica te lo fa pesare: chi fisicamente lontano, chi impegnato sullo stesso territorio con amiche d'oltralpe. Tu sei a casa che non puoi muoverti perché ti fa male il fondoschiena, e senza causa apparente: fai docce di Voltaren Emulgel, speri solo che passi, mentre sul fornello hai cominciato da poco a cucinare per un pranzo tardivo e le sigarette stanno inesorabilmente finendo. In TV uno strano film con Kevin Spacey, che non stai seguendo; peccato, sembra interessante, ha dei risvolti.
Però c'è il profumo del pomodoro che si cuoce. Basterà?

sabato 8 agosto 2009

the panchinist


Il panchinismo non è un movimento, è un modo d'essere e di vivere lo spazio della vita; esso nasce dalla necessità di prendersi il tempo necessario a riflettere sul da farsi e si concretizza quindi come valorizzazione di quegli elementi dell'arredo urbano che più comunemente chiamiamo panchine. Sarebbe facile chiamarlo pigrizia, ma non si può semplicemente categorizzarla come vizio o caratteristica della personalità. Il panchinista ama sfruttare le opportunità dello spazio intorno a sé, godere dell'atmosfera diafana ma piena che aleggia intorno alla panchina, chiudere gli occhi sdraiato sulle dure assi, o i duri marmi, o anche solo sedersi e poggiare la sua spina sul rigido schienale, quando ve ne fosse uno, e stare. Il panchinismo è una filosofia dello stare. Ha a che fare con l'essere hic et nunc come presupposto del futurus. Perché ci vuole un sano riposo delle menti, sempre.

giovedì 6 agosto 2009

iniziare il viaggio

Oggi una delle mie amiche migliori è partita per un viaggio in India, quello che si suol dire un viaggio dell'anima, di quelli che ti cambiano la vita. O non te la cambiano affatto, anche se credo improbabile che un viaggio lasci indifferente, sia un tour nella tua città, o un viaggio intercontinentale. Lei parte, e io sto qui davanti alla TV a vedere per l'ennesima volta Dawson's Creek, che è come un viaggio dell'anima stando fermi. Quando lo seguii un decennio fa, alla prima messa in onda, avevo 16 anni o giù di lì, e da poco ero consapevole di talune diversità del me. I discorsi di Jack McPhee, che per la terza stagione è ancora un personaggio, erano i discorsi che avrei voluto fare a chi di dovere. Riascoltarli ora, a distanza di anni ed esperienza, è di una tenerezza indescrivibile, mi fa rimpiangere quel senso della scoperta, che ora ha lasciato lo spazio alla speranza di non scoprire niente di nuovo, al desiderio di fermare tutto, di avere una stabilità quotidiana.
Ieri la mia amica C., fulcro della mia leva esistenziale, mi ha chiesto quanti partner avessi avuto. Partner sessuali, s'intende. Molti, e per lo più occasionali. Un bilancio che alla prima impressione non è rassicurante.
Ma questa è un'altra storia, su cui faremo il punto più avanti. Forse.

«Ognuno si limita a definire un gay in base alle persone con cui va... Ma non è questo, è più... una sensazione, uno stato d'animo.» (Ethan)