Si sa, da dicembre ho un lavoro. È un lavoro a tutti gli effetti. Sono solo poco meno di tre mesi, eppure mi sembra di essere lì da almeno un anno: questione di intensità. Sono ancora iscritto a diverse newsletter di annunci di lavoro, in particolare ricevo le opportunità legate al mio titolo di studio (poco prima dell'incarico avevo scoperto una risorsa mirata). Non mi disiscrivo perché sono pigro e poi e poi... sai mai. C'è da premettere che il mio lavoro attuale non ha nulla a che fare con la parte formale del mio curriculum vitae (la formazione accademica, la formazione complementare e via dicendo), sui cui ho sempre puntato per trovare la mia collocazione; ha a che vedere con le competenze trasversali e con tutto quello che sono a latere: lo scrittore, il blogger, il parolaio, il nerd, il malato di televisione, lo spettatore in streaming, l'orso che è troppo pigro per serbare rancore e odiare qualcuno. Insomma, sono lì perché ho (dicono) una certa cultura e ho un'attitudine al lavoro di un certo tipo: cose applicabili a qualsiasi attività. E ricevo, andando avanti nelle opere e nei giorni, più valutazioni positive, più considerazioni positive, da entrambe le parti, nel giro di un mese il mio compenso è salito con tanto di scuse per la pochezza e promesse di aumenti ulteriori; la difficile persone cui ho il compito di referire riguardo ai suoi prodotti (cliente, committente, come volete) tesse le mie lodi a piè sospinto, appena ne ha l'occasione (mi riservo il beneficio del dubbio sulla paraculabilità del tutto, ma intanto me le prendo, 'ste lodi, no?). Mi si dice: «Fosse per me, tu potresti anche rimanere lì per dieci anni. E poi, un giorno, io vorrei che ci fossi anche tu nei titoli di coda.» Scioccante, non tanto la seconda parte, quanto la prima, perché vuol dire «pensare al futuro, almeno a un futuro possibile.» Questo futuro che per noi, generazione senza vento, è qualcosa di spaventoso nel campo semantico dell'ignoranza e della sconoscenza. Fa paura pensare a me lì per un tempo che appare indeterminato perché indeterminabile. Ma il problema sorgerà (o è già sorto?) quando, forte delle mie caratteristiche personali e competenze trasversali e oblique, il confronto sarà fra un lavoro che faccio e mi piace molto e un lavoro che potrei voler fare e che so che mi piacerebbe. Come essere un editor e un sociologo? Fra qualche ora vedremo di provarci fondando un'associazione. Bumper out.
sabato 19 febbraio 2011
mercoledì 9 febbraio 2011
sound check
Il primo post dallo smartphone. Certo che è tutta un'altra vita, tutto in altro modo di vivere il rapporto fra tempo e azione. Provo a sposare la nuova prospettiva, occasionalmente.
Già mi chiedo, che effetto ha sulla memoria? Qual è il prezzo della simultaneità? La sincronicità fra pensiero, annotazione mentale e creazione, messa su foglio (o schermo, insomma), che cosa comporta per l'atto creativo? Quand'è che sì può fare a meno della sedimentazione del guizzo a favore dell'istantaneità dell'ispirazione?
Ora me la studio. Le risposte nelle prossime puntate.
mercoledì 26 gennaio 2011
un po' la comodità
Ha completamente cannato le aspettative, Cristina Donà. Forse è stato troppo generoso farsi delle aspettative, però di solito uno se le fa, le aspettative, sui suoi artisti preferiti. Soprattutto quando si ha a che fare con quei musicisti che non sfornano un album all'anno, ma si fanno desiderare, aspettare. Il nuovo Torno a casa a piedi ha di buono solo il titolo, ossia l'idea. Poi si perde nel susseguirsi delle solite canzoni, nello sciorinarsi inevitabile di una ricerca poetica che non ha niente a che vedere con la poesia, se non forse - è questo un dubbio che assale improvviso come ogni assalto ben fatto - l'uso di accostamenti un po' inconsueti, il richiamo di immagini un po' troppo imperfette per esserlo in maniera spontanea. Insomma questa volta bisogna essere nudi e crudi e puri: è un disco inutile, noioso, solito, che non dà alcun apporto alla vita. Forse la Donà è un po' invecchiata e vive da troppo tempo lontano dalla città, nell'eremo indiscusso della pace della natura, che le suggerisci giri di suoni calmi da casolare e caminetto. Ma l'intento di tornare alla città, come ha detto nell'incontro con i fan alla presentazione di ieri, non ha nessuna concretizzazione, a meno che tornare non significhi continuare a fuggire dai luoghi dove tornare a casa a piedi è veramente una rivoluzione. È un disco un po' comodo. E noi, in città, odiamo la comodità.
Cristina Donà, Torno a casa a piedi, 2011.
Cristina Donà, Torno a casa a piedi, 2011.
lunedì 24 gennaio 2011
che forma hanno le parole nel vuoto?
Io non so se è leccaculaggine, ma mi ritrovo spesso a sentirmi rispondere, alla domanda «Hai incontrato qualcuno di interessante?» (sottinteso: «dopo che io ti ho bellamente scaricato senza dirtelo»), un bel «Sì, ma non come te». Questo fa molto bene alla mia autostima, indubbiamente. Eppure mi fa pensare, tanto da pensare di scriverci sopra un post. Tra l'altro un post in cui non so affatto cosa scrivere. Forse volevo solo semplicemente registrare minuziosamente un fatto, così, carino. Poi penso che quella persona, se è sincera, non dev'essere contenta di sentirmi, sapendo che non ho voluto ricambiare il suo interesse destato dall'interesse che ho in passato destato io stesso. Sogno o son destato? D'altra parte tutto questo rischia di risultare molto vanesio se non addirittura vanitoso, cosa che io mi scopro ogni giorno un po' di più così, vanitoso; o forse solo consapevole, anche se suona scemo se mi riferisco al mio oggi sono bellissimo che ogni tanto mi dico allo specchio. Ma la soddisfazione personale non era un valore da perseguire? O era solo la realizzazione? A me realizza molto, a livello personale, creare un post che parla, esattamente, del nulla.
giovedì 13 gennaio 2011
faunomenologia (fenomenologia del fauno)
The XX - Crystalised; (soprattutto nel passaggio dalla metropolitana alla superficie)
Nick Cave feat. Enya - The Reaper (Don't Fear); (prima del caffé)
The Ting Tings - Shut Up And Let Me Go; (un buon passo)
Editors - Papillon; (se volete accelerare il passo)
Mini K Bros - Delicatamente; (dopo il caffé)
The Shins - Split Needles; (lasciarsi guidare da picchi di stridente purezza)
Seguiranno aggiornamenti.
lunedì 10 gennaio 2011
Valenzetti
Sono capitato su un sito di oroscopi che ti fa anche la numerologia. Io ero rimasto a quel giochetto che contavi le lettere in comune con il nome del tipo che ti piaceva e anche quelle sole, e poi sommavi il numero finché non arrivavi a una cifra tra 0 e 100 e quella era la percentuale di affinità. Cose da scuola elementare. Mi pare che la numerologia sia altro e allora perché non provare e vedere un po' cosa dice?
Questo il responso: il mio numero del destino è il 7, che vuol dire che il mio destino è quello di cercare e presumibilmente trovare le verità universali e perseguire la conoscenza interiore. Un saggio per sempre. Il 7 è anche il mio numero dell'apparenza, che indica come appaio agli altri, ossia un tipo intelligente, perspicace e introspettivo che ci tiene alla sua privacy e per questo appare introverso; indica inoltre la mia quintessenza che ha sempre a che fare con la ricerca della verità e in nome di questo percorso mi porta a prendere strade divergenti rispetto a quelle degli altri, le vie più battute non fanno per me; ma il 7 è anche la mia sfida del ciclo 37-46, anni in cui affronterò un qualche isolamento che mi porterà a confrontarmi con il mio essere introspettivo e a fare finalmente ordine fra realtà e fantasia. Inquietante, no?
Un bel 9 è il mio numero dell'espressione, che descrive il mio principale anelito di vita, letteralmente imparare ad amare tutta l'umanità senza eccezioni. Un bomba d'amore universale a orologeria. La mia anima è invece rappresentata dal numero 11, che mi porta a evitare i conflitti e a essere messaggero di pace, come dire che ho l'anima del mediatore e del giudice di pace.
Passando alle altre sfide: la prima sfida, affrontata nel periodo fino ai 28 anni (e quindi ci siamo, è l'ultimo anno!), mi ha visto fronteggiare un bel 2, ovvero il bilanciamento dei miei bisogni con quelli degli altri e la ricerca dell'armonia attraverso una gestione oculata dei conflitti. Tra i 29 e i 36, la seconda sfida sarà un bello 0: avrò piena libertà di scelta, in particolare sarà tutta mia la scelta di fronteggiare o meno le sfide dall'1 al 9; ma da grandi poteri derivano grandi responsabilità e se da un lato sono libero di vivere la mia vita attraverso le scelte che farò, dall'altro la libertà di non accogliere le sfide che mi si presenteranno davanti potrebbe avere delle conseguenze su un piano molto più alto. Perché io cerco la verità e sono messaggero di pace. Vi ho già detto che la terza sfida, anni 37-46, è il caro vecchio 7 (vedi sopra). E l'ultima sfida, fino alla fine, sarà di nuovo il 2. Insomma, una vita adulta molto piena, ma ritirata. Bene, un eremita sarebbe più felice.
Altri numeri mi dicono come si svilupperà il mio ciclo della realizzazione, suddiviso in 4 fasi. Nella prima fase, che termina fra qualche giorno con la fine dei miei 27 anni, il 4 ha guidato la costruzione delle fondamenta. Punto. La seconda fase, fino ai 36, dominata dal 6, mi vedrà impegnato nella costruzione di una qualche vita "familiare" e nell'apertura verso gli altri, tutto sommato in linea di utilità con la seconda sfida, quella della massima libertà: avrò carta bianca sulla mia vita, bello. Credo. Fino ai 44, la terza fase sarà quella dell'1, ossia dell'affermazione individuale, che si ritrova anche nella quarta fase, in cui il 4 della costruzione di casa, famiglia, carriera si protrarrà fino alla fine dei miei giorni.
Questo il prospetto generale, della vita. Che sembra già realizzarsi da questo 2011: il mio numero dell'anno è infatti l'8, numero dell'affermazione in ogni campo.
Spacchiamoli, numericamente, sti culi.
domenica 9 gennaio 2011
voce del verbo lavorare
Ci sto pensando.
Da un mese e mezzo ho trovato lavoro. L'ironia ha voluto che, dopo aver inviato le solite centinaia di curricula, questa opportunità mi si sia rivelata sotto forma di telefonata da parte di un amico che il mio curriculum, di certo, non ha mai ricevuto.
E ironia ha voluto che sia tutt'altro rispetto alle mie velleità sociologiche. Sono un editor, o meglio un responsabile editoriale in una agenzia di doppiaggio. Mi occupo dei testi che verranno parlati dai doppiatori. Si tratta di un paio di reality in voice over e a breve di un documentario. Ricevo i testi tradotti dai traduttori, gli script in lingua originale e i video originali: controllo, sistemo, curo. È un lavoro di cura, di dettaglio, di compromesso fra la lingua parlata lì, la lingua tradotta qui, la lingua parlata qui, la storia raccontata là e le scelte editoriali qui. Sono il referente per il committente presso l'agenzia cui ha commissionato la lavorazione.
Ho iniziato a fine novembre con le parole periodo di inserimento. Quindi mi aspettavo un periodo di prova non retribuito, una personale serie di fatiche di Ercole finalizzate al fantomatico vediamo se. Sono figlio del mio tempo, per me, per noi, prova significa lavoro a gratis, prendersi le responsabilità di una posizione riconosciuta senza avere il riconoscimento. Lo diamo per scontato. E ogni sera il genitore di turno che chiede: "Ma almeno ti pagano? Oh, fatti pagare, parlane con loro". Loro, già. E la paura generazionale di avanzare una qualche pretesa, dove la mettono i genitori? Non sono loro a rischiare un arrivederci, addio.
Ma un mese dopo il mio inizio mi è arrivato un assegno, e al mio sbigottito "Non me l'aspettavo" è seguito un altrettanto inaspettato "Il lavoro si paga".
Alla sportellista delle Poste dove ho versato l'assegno ho chiesto una fotocopia, perché "Sa, è il mio primo stipendio". E lei mi ha risposto: "Allora auguri!".
E adesso, dopo un mese e mezzo, sono ancora lì e mi sono potuto permettere un cappotto in saldo con i miei soldi. E se ancora ci penso, mi commuovo, stupido.
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