mercoledì 28 luglio 2010

sociologia dell'ombrellone

Il copione è sempre quello, è uno script. Scendi in spiaggia, dopo 11 mesi di urbanità pura, la quale ti appartiene come ti appartengono le cose che ti caratterizzano, e ti rivolgono la stessa, notevole, affermazione barra esclamazione: Sei bianchissimo! Grazie, non lo avevo notato, o nemmeno immaginato. Un'affermazione che racchiude un giudizio sul valore dell'abbronzatura, e sul legame indissolubile fra vacanza e cambiamento della propria pigmentazione. Non sia mai che uno vada al mare e torni com'era prima. Non rientra nelle regole del saper vivere. Ovvero, se non ti abbronzi, sei uno sfigato. Se ti scotti al sole, oltre ad essere sfigato, sei pure tonto. Non c'è protezione, o intenzione dichiarata di proteggersi che tenga, tutti sanno cosa è meglio per te, bianco urbano che tu, la vita di qua, te la sogni. Tutto ciò mi ricorda un lieto esame di sociologia del turismo che ripercorreva la storia del mutamento del concetto di tempo libero, dal puro tempo del non-lavoro al tempo della vacanza. E mi ricordo che una volta avere la pelle abbronzata era qualcosa che ti faceva facilmente additare come villano, quello che si abbronza perché lavora i campi sotto il sole cocente. L'urbano si manteneva al riparo da siffatto oltraggio attraverso graziosi ombrellini di pizzo e le fronde degli alberi nei parchi cittadini. Poi il sole iniziò a fare bene, e il colore poté significare salute. In seguito l'abbronzatura divenne il marchio stagionale distintivo della borghesia che poteva permettersi di andare a prendere il sole un tot all'anno, in residenze estive in località di mare e, perché no?, di montagna. Cambiare aria un po' di tempo durante l'anno divenne un attributo di status. Del villano conserviamo pochi reperti, spesso conosciuti come tipi da spiaggia, ma questa è un'altra storia. Così, accanto al ma sei bianchissimo, troviamo spesso, al ritorno dal periodo di natazione, il ma sei andato in spiaggia? Non ti sei abbronzato per niente. Questo presuppone che tutti gli individui del mondo possano abbronzarsi solo stando spaparanzati alla luce del giorno. O che lo desiderino. Per non parlare, in mezzo al periodo, di richieste di informazioni del tipo: ma stai andando in spiaggia? Quasi a controllare che il modello di vacanza sia rispettato. Non è contemplato che qualcuno si rechi, nello specifico, in una località di mare, e se ne voglia, che ne so, stare a casa a leggere o a scrivere, o a non fare nient'altro che rilassarsi come meglio preferisce. No. La forza del modello di comportamento sovrasta le preferenze individuali. Sei qui e non vai nemmeno in spiaggia, ti incalzano. A questo punto facevi prima a non venire. O tutto o niente. Sei bianchissimo. E? 

giovedì 15 luglio 2010

I don't wanna be ignored, oh God!*

Perché la questione non è tanto la collocabilità a livello sentimentale, quanto la collocabilità nel suo complesso. 
Non solo non sono il tipo di nessuno, ma non sono nemmeno il curriculum giusto per qualcuno, tantomeno sto in un dove preciso che mi appartenga. Il mio numero di cellulare è ancora intestato al padre, e vivo nella casa di famiglia. I soldi non sono quelli che guadagno. Non sono che una coppia di coordinate immaginarie. Trovami, se ci riesci.


* Editors, Eat Raw Meat = Blood Drool, 'In This Light and On This Evening', 2009

martedì 13 luglio 2010

where are you Fromm?

Penso che l'alternativa non sia tra essere e avere, quanto tra essere e fare. Il primo riguarda uno stato, una condizione persistente, così come l'avere, il possesso. Il fare ha a che vedere con l'azione, con il mutamento di una condizione, di uno stato della materia di cui è fatta la vita quotidiana. L'errore fondamentale è però quello di sentire di dover scegliere fra i due poli. Ma posta nei nuovi termini, la contrapposizione non è più tale, e ci si può benissimo muovere fra lo stare e l'agire.

Penso che ciascuno debba conservare un'essenza, senza scendere a compromessi affinché il proprio essere si adatti alle esigenze degli altri. In un certo senso non bisogna fare nulla sull'essere, niente che sia violento ed eccessivamente traumatico. A costo di non essere mai il tipo di nessuno, o di non essere mai il tipo di quelli di cui dovresti poter essere il tipo. Questo, naturalmente, è autobiografico.

Penso che ci si ritrovi spesso nella condizione in cui si pensa di non essere, non avere, non fare mai abbastanza. O di esserlo o farlo male. Ci si chiede allora se stiamo facendo il possibile, il famigerato tutto il possibile, e spesso, valutate le proprie mosse, ci si risponde affermativamente, che stiamo agendo come dovremmo agire per non violentare il nostro essere, ossia per non farci danno, sebbene alla fine il danno si riveli essere proprio il non mutare la condizione nei modi che il fare presupponeva. 

L'autobiografia di un'estate, e siamo solo all'inizio. 

lunedì 12 luglio 2010

cronache nemmeno tanto marziane

Successe così, che la penultima sera a Barcelona, era due domeniche fa, congedammo l'amico messicano, che il giorno dopo si sarebbe riportato alle sue terre con mestizia. E che si era  fra i soliti amici, la nostra personale Barça, andando di guacamole e dolce di riso, e birra e sangria e via dicendo, le cose che si fanno così in questi momenti per dire. Ad un certo tempo apparvero, inaspettati, due amici colleghi compagni di qualcosa del congedantesi, belli tedeschi barcellonizzatisi, colpi di fulmine serviti su piatti di argento lucente. La conversazione con entrambi fu piacevole, nel tentativo di contenere il mio slancio carnale ed emotivo, e si finì in grosse risate e saluti, e insomma addio non ci rivedremo più, magari due risate sulla rete sociale. Come poi avvenne, che uno dei due accettò la mia richiesta di un contatto anche solo virtuale, e io ero contento secondo una logica del numero, al che lo salutai adducendo come argomentazione la storia dei filtri di corno di mammuth, che tanto ci aveva unito nella naturale disunione dei nostri rispettivi desideri quotidiani. Ora non è più mio amico. Mi chiedo se salutare non sia ormai diventato un affronto imperdonabile. 

sabato 10 luglio 2010

la proprietà commutativa della ricerca


C'è tutta una retorica del chi cerca, trova, che ispira ideali di tenacia, perseveranza, fedeltà a se stessi, e via dicendo. C'è poi tutta una retorica del lo trovi, quando meno lo cerchi, che appoggia ideali di pazienza, resistenza, fiducia e fede nell'avvenire e via dicendo di nuovo. 

Sono retoriche ad hoc che si applicano a differenti oggetti della ricerca, solitamente. La prima, la retorica della ricerca, si applica alla caccia al tesoro, premo per un atteggiamento di degna imposizione di se stessi al mondo; la seconda, retorica dell'attesa, si applica alla manna dal cielo come premio per una vita serena di placido scorrere del tempo.
Io ho l'impressione che chi cerca, non trova, e chi non cerca, non trova.  
Quindi? 

venerdì 2 luglio 2010

ricomporre gli abbracci

Fa caldo, ma ogni tanto una brezza di sconosciuta origine ristora l'animo accaldato. E scopro di essere tornato per le patatas bravas, per la Estrella e per gli abbracci. I pareri sono discordi: sembra ieri, sembra un secolo che te ne sei andato. Tutto dipende da cosa ha riempito il vuoto. Qualcosa che ora puó facilmente essere rimpiazzato da tapas nei posti dell'anima. Concordo con me stesso che è come se avessi fatto un mese di vacanza a Milano. Ora, sono di nuovo qui, e posso continuare la mia attivitá: vivere il tempo, crearlo e goderlo. La differenza fra qui e lì è che qui hai talmente tante opportunità per fare cose, che se scegli di non fare niente, è perché hai il potere di scegliere, mentre lì se non fai niente, è perché non c'è niente da fare. Qua, per dire, ci sono già i saldi. E abbracci che commuovono, di quelli stretti e caldi, in cui si mischiano occhi lucidi e sudore estivo, perché è così che deve essere, un abbraccio: sporco d'amore. Senza sconti, quelli li lasciamo ai miei nuovi pantaloni.

mercoledì 30 giugno 2010

postdatato

Eva passa per lo stretto corridoio, nel caso qualcuno dei passeggeri voglia qualcosa di caldo da bere. Io ho la testa appoggiata al finestrino, i due posti al mio fianco giacciono vuoti, uno ospita la rivista di bordo e il quaderno su cui ho smesso di scrivere: la penna sembrava esplodere, forse colpa dell'alta quota? Fatto sta che sanguinava inchiostro. Sanguinava sul nome di Xavier, che si è seduto in fondo, e non mi ha seguito fino al centro dell'aereo. Non avrà voluto le ali, gli sarà bastata la coda. Ancora mi è pressoché oscuro il sistema che ciascuno attiva nella scelta del posto libero. Xavier. È stato un attimo fa, ho incrociato la sua immagine nella coda dell'attesa, la sua immagine che si è imposta alla mia fame sotto forma di jeans vecchi, sformati, una candida maglietta della salute, un cornice di capelli corvini che racchiudevano lineamenti morbidi e incolti intorno ad occhi verdi. Ho cercato il suo sguardo in continuazione, sapendo di non poterlo reggere. Ho sbirciato la sua carta d'imbarco: io ho bisogno dei nomi, di dare un nome alle cose e alle persone. Esistono indipendentemente da quello, ma acquistano una corporeità diversa con un'etichetta. Il contatto visivo ha un che di rivelatorio, e mi aveva rivelato il disinteresse, l'indifferenza, la passione ad una direzione, mi aveva rivelato che il colore dell'indifferenza viene dal verde e dal nocciola. Ma più mi avvicino a Barcelona, meno penso a Xavier, gli auguro silenziosamente una buona vita, e vivo il sentimento del rimpatrio, sorprendendomi della difficoltà di definire cosa sia il ritorno. Penso a tutte le volte che mi sono diretto fuori, e ricordo come ogni volta mi sentissi di tornare a casa. Non so perchè si applauda alla fine del volo, ma l'ironia low cost ha organizzato trombette per assecondare il modo italico di ringraziare il capo tribù per aver gestito così bene l'esperienza liminale del cambio di status. Poco ancora, e sarò di nuovo nella città dei prodigi, l'autobus è partito. Xavier è scomparso.