giovedì 22 ottobre 2009

punti merda


Camminare sotto la pioggia in questa città così conciliante - la città del concilio - ti fa pensare a diverse cose. Per prima cosa, che hai dimenticato l'ombrello, o che devi sopportare le conseguenze della tua personale visione del mondo degli ombrelli come oggetti inutili atti ad essere smarriti o dimenticati o rotti o ingombranti. In secondo luogo, pensi ad amenità quali

i punti merda.

I punti merda sono punti che una persona guadagna quando mi fa un torto (secondo il mio personale standard), tutto qua.

Una prima tabella potrebbe comprendere:

Pacco, ossia mancare ad un appuntamento senza avvisare: 10 punti merda;
Bidone, ossia mancare ad un appuntamento adducendo all'ultimo momento scuse improbabili (secondo il mio personale criterio): 15 punti merda;
Arrogarti la capacità di capire cosa penso e comportarti di conseguenza senza chiedermi nulla: 20 punti merda; se questo ti porta a scaricarmi si sale a 25 punti merda;
Dimenticarti il mio compleanno: 1 punto merda; se per evitare l'accredito sei andato a controllare su Facebook, aggiungi 4 punti merda;

Altre voci mi verranno in mente.

E tu che leggi, quanti punti merda hai già guadagnato?

La prossima volta spiegherò come smaltire la merda accumulata, se c'è un modo.


sabato 17 ottobre 2009

one more chance

Stasera sono nervoso.

Mi ha innervosito qualcosa, e so bene cosa: un Ciao lanciato da R. su msn, dopo dieci giorni da quel dì del mio - in pratica - monologo. Sono arrabbiato, infastidito. Ma da cosa? Le possibilità sono diverse: infastidito perché succede sempre la stessa cosa, perché è successo un'altra volta quello che è successo; infastidito perché il discorso non si è ancora mai realmente chiuso, perché non ho risposta al mio perché; arrabbiato, o infastidito perché non voglio che le persone pensino di potermi trattare in questo modo; arrabbiato perché sono semplicemente stanco. Stasera sono nervoso, e oltre ad un aperitivo il mio umore non mi ha permesso nient'altro.

«Arriviamo fra 5 minuti» - ne passano 20. Penso: non ci si prende delle responsabilità se poi non si possono mantenere, quindi o è successo un vero imprevisto, oppure semplicemente avete deciso di prendermi per il culo, perché io sono quello che si può prendere per il culo, tanto io mi fido, io aspetto qui. Era successo un imprevisto.

Davvero troppo nervoso.

giovedì 15 ottobre 2009

fuori dal pitale

È capitato un'altra volta, settimana scorsa, ma ci ho messo una settimana per pensare che forse avrei dovuto scriverne. Penso che l'idillio liceale sia terminato, nel solito modo: lui pensa di sapere cosa io provo, pensa di averlo capito in base ad una sua personalissima teoria del linguaggio, e si comporta di conseguenza, ossia decide di allontanarmi senza chiedermi conferma delle sue supposizioni circa la natura del mio interesse a lui. Alla richiesta di chiarimenti non ho ottenuto un feedback. Tantomeno la possibilità di metterci l'ultima parola e uscirne con onore.
Io la chiamo arroganza.



martedì 13 ottobre 2009

con dominio di parola

Ho appena sentito una abitante del complesso residenziale: «In questo posto c'è molta falsaggine...».
Credo si tratti di una malattia che ti impedisce di dire le cose giuste, tipo che ti fa falsare le cose che dici.

giovedì 8 ottobre 2009

in un mondo piccolo

Oggi è uno di quei giorni in cui il mio mondo implode. Dopo pranzo, nell'amena località suburbana di Buccinasco ho incontrato niente di meno che Giorgio, un mio coinquilino che risale ad almeno due anni fa nella Trento di via Grazioli. Avevo perso le sue tracce, dopo l'abbandono della Pisani's House nell'agosto del 2007. E ora me lo ritrovo lì, che mi dice che si trasferisce a Milano per studiare. Un colpo. Una distanza spaziale e temporale annullata in un solo colpo.
Stasera, dopo l'aperitivo (strana coincidenza che avvenga tutto dopo il cibo?), due figuri mi fissano, io fisso loro, aspetta un attimo e sono Pippo e la Marty, due amici della Borgonauta, mia compagna di sventure da quel dì nella Mansarda Criminale, e ora alla Cri.Cri.Pre.S.S., sempre della combricola tridentina, lei a Milano per lavoro, lui suo consorte a Milano per amore in visita. Distanze nulle.
Sembra tutto ieri. Questo è l'effetto che fa trovarsi improvvisamente in un mondo piccolo, un grande mondo imploso.

mercoledì 7 ottobre 2009

«e a te, ti piace baciare?»

Inutile negarlo: spesso la carne è debole e le tecnologie dell'appagamento 2.0 ci offrono l'opportunità di incontrare dei partner di materasso al modico prezzo di un minimo sforzo comunicativo. Il più delle volte, la cosa si ferma alla domanda: «che ruolo hai?» (giusto per non riproporla nell'antica formula), che spesso segue un generico «cosa ti piace fare?», e anticipa un »come sei?»; che tutto sommato sono domande quasi necessarie per capire se si sta ottimizzando la risorsa del proprio tempo, o se si può andare oltre.
Le popolazioni di una chat si dividono essenzialmente in due categorie: quelli che cercano sesso subito e quelli che cercano qualche-chiacchiera-che-magari-se-sei-simpatico-possiamo-pure-pensarcela-una-cosetta. Ultimamente, aderendo alla seconda fronda, ho conosciuto, anche solo virtualmente, a livello testuale, dialogico, persone interessanti, alcune delle quali oggetti di incontro a scopo birra o di incontro a scopo. Ma non volevo dire questo, volevo piuttosto porre all'attenzione una frase che trovo utilissima, anche se a prima vista può sembrare, forse lo è davvero, idiota; più che una frase, è una domanda che uno pone all'altro: «e a te, ti piace baciare?».
Mi sono trovato io stesso a farla, in alcune occasioni, forse sulla scorta di esperienze con fuckbuddies che se nella foga del momento creativo ti avvicinavi per quello che fisiologicamente si fa quando due corpi si avvinghiano, ti apostrofavano un bel: «no, niente baci» oppure «no, non mi piace baciare». Aggiungerei che secondo me non ti piace baciare il trombamico. Così che tu possa trattarlo come un oggetto o un contenitore, a seconda.
Il bacio, anche senza amore, ma solo per sesso, è quello che fa di due corpi due persone.

Riflettere, riflettere...

giovedì 1 ottobre 2009

mini


Un gran bel claim: io sono per il minimalismo. Se ci piaciamo, se vediamo che stiamo bene, inutile stare lì a percorrere un percorso obbligato, una serie matematica di incontri, potenzialmente infinita (è ciclica quando va bene), mettendo ogni volta in discussione e definizione il momento, l'istante. Il per-ora-va-così-smo non porta molti risultati, è invece piuttosto sfiancante per la controparte, quando sia, come me, uno che crede nell'opportunità di un bel taglio di rasoio. Se ci si abbandona alla deriva multifattoriale e all'eccesso di vita mentale, si rischia di perdere di vista l'obiettivo, o perlomeno il senso della cosa-che-si-sta-facendo. Per questo vorrei che si pensasse di meno a come si dovrebbero fare le cose, e si passasse al come si vorrebbe che fossero le cose, lavorando per questo. Tutto per un sano minimalismo.